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lunedì, 27 giugno 2005

E’ arrivata l’estate. La notizia della settimana è che, inaspettatamente, all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno (!)… FA CALDO! E chi se l’aspettava?! Addirittura caldo d’estate! I telegiornali ci spiegano che la temperatura è elevata, ma è l’umidità a farci percepire una temperatura maggiore a quella indicata dal termometro! Gli anchorman di tutte le TV locali dichiarano: “Abbiamo canicola!”; scene di giubilo tra le fila degli ultras di calcio i quali pensavano ci si riferisse all’acquisto di un nuovo grande campione argentino. Chiaroto l’equivoco, scene di teppismo tra le fila degli ultras di calcio i quali non vedevano più il motivo per astenersene. “Ci tenevamo moltissimo all’acquisto di Canicola”, hanno dichiarato alcuni di essi adducendo tale affermazione come spiegazione delle loro sprangate a tutte le auto che incontravano parcheggiate nelle vie da loro percorse-percosse. Chiaramente non fu profuso alcuno sforzo per chiarire l’ulteriore equivoco provocato dagli annunci dei giornalisti dichiaranti: “Abbiamo afa”. Tutt’ora si presentono agli occhi di increduli sudatori orde di manifestanti gaudiosi con striscioni inneggianti “AFA, AFA, AFA” accompaganti da eguale concetto espresso con cori composti da eguali parole. Tra essi (i manifestanti, non i sudatori), molti sono ancora convinti che anche Canicola sia stato ormai acquisito e che insieme ad Afa costituiranno la disperazione delle difese avversarie nel prossimo campionato.
Nel frattempo c’è chi spara dal balcone della propria abitazione, chi stupra ragazzine, chi viene eletto come nuovo dittatore dell’Iran, la recessione ormai alle porte… meno male che avremo un gran bel centrattacco l’anno prossimo!

Postato da: tremori a 22:34 | link | commenti (12) |

lunedì, 20 giugno 2005

Ottobre, 1996

Oggi non piove. D’altra parte Catania non è un luogo ove le piogge imperversano di frequente, neanche in ottobre, ma specialmente oggi la carenza d’acqua piovana assume un significato particolare per X perché deve iscriversi all’università, è l’ultimo giorno utile ed il traffico urbano non consente agili spostamenti, anzi a dire il vero non consente spostamenti. X deve nell’ordine:
1)      Ritirare i moduli d’iscrizione
2)      Compilare i suddetti moduli
3)      Recarsi ad un ufficio postale per pagare le tasse universitarie
4)      Consegnare moduli e ricevute alla segreteria.
Grazie al suo fedele motorino (uno Y d’altri tempi di cui va fiero come fosse una parte del suo cervello) riuscirà a sopperire alla sua cronica abitudine di operare decisioni radicali in una notte, inconsapevole che potrebbero cambiargli la vita. La sua filosofia è sempre stata, infatti, che la vita è, in modo pressoché totale, governata dal caso, dalla coincidenza, dall’avvenimento inaspettato, insomma da quello che lui si è sempre rifiutato di chiamare destino, e che quindi non vale la pena di riflettere troppo su alcune decisioni anziché altre perché proprio queste, considerate minori, potrebbero influenzare il decorso della propria vita in modo talmente consistente da prevaricare le cosiddette “decisioni importanti” partorite, allora, con tanta, inutile sofferenza. Questa è la versione ufficiale del suo pensiero, quella che è costretto a sciorinare quando la società, sotto forma di madre o di ragazza (e siamo a due: destino e fidanzata) gli chiede frequentemente logiche spiegazioni che X, a dire il vero, sconosce assolutamente. Nel suo intimo coltiva il dubbio sul fatto che esista qualcuno che consideri interiormente logico ciò che esternamente propina per tale, non perché tutti indossino la famosa maschera sociale, bensì perché tutti indossano la maschera subliminale. E’ quella che ti permette di “pensare” ciò che non pensi e di crederci fermamente, oltretutto. Per sua sfortuna X si è smascherato, anche se non del tutto. Accadde un giorno in cui, versando del denaro per beneficenza, si accorse di provare una sottile forma di piacere, non dissimile da quello provato quando ci si sfila le scarpe ancora troppo nuove indossate, proprio malgrado, per l’intera giornata; una sorta di liberazione, insomma, eppure ancor più piacevole. X si chiese subito cosa fosse ma la risposta giunse soltanto durante la notte, camuffata da sogno: si trovava a casa sua in compagnia di alcuni amici per una cenetta che avrebbe preceduto la partita di calcio valida per la finale della “Coppa Vattelapesca”. Come era solito fare in questi casi stava cucinando lui e dopo aver acceso la brace tiro’ fuori dal frigo due bambini senegalesi congelati i quali durante lo scongelamento iniziarono a piangere e ad urlargli “assassino”; X alquanto stranizzato da quella affermazione dichiarò con sommo candore che se fosse stato un assassino non avrebbe versato quella mattina stessa 100.000 lire per la loro causa e che ora stessero zitti, per cortesia, visto che lui ed i suoi amici avevano fame nonché fretta perché mancava poco all’inizio dell’importantissima partita.
Col più classico dei coltellacci da cucina iniziò a sezionare i corpi urlanti ma inermi come in un film splatter di serie Z, che X adorava in virtù del fascino che lo squallore esercita talvolta più dello splendore. La carne aveva circa sei anni, tenerissima quindi; infatti le braccette si staccarono senza alcuna fatica. X, assolutamente indifferente alle grida strazianti dei macellati espresse con la voce ma ancor più con gli occhi, i quali ululavano con maggior intensità di quanto la bocca riuscisse a fare, continuò a tagliare e pulire diligentemente il suo pasto ormai in fin di vita. Lo strazio delle vittime ebbe fine quando X spaccò i crani per estrarne il cervello, da bollire e gustare, poi, come prelibatezza. Le ultime, lancinanti, soffocate grida si udirono insieme al sordo rumore del coltello che iniziava a penetrare la sommità del capo nel quale brillavano due occhioni neri spalancati che continuavano a urlare anche se ormai spenti...
X si svegliò sudatissimo e, dopo qualche secondo di smarrimento, iniziò a sussurrarsi insistentemente: “Li ho comprati, li ho comprati, li ho ...” con un ansia nera che cresceva ad ogni ripetersi della frase. Quella notte non dormì più; al panico iniziale seguì la consapevolezza partorita dalle riflessioni profonde e dolorose che si impadronirono di lui per molte, lunghissime, ore. Difficile condensare un universo accolto in un cervello in modo pressoché intuitivo esprimendolo con parole inventate dall’uomo e che quindi inchiodano ad una logica ferrea che è proprio ciò che l’universo in questione distrugge.
Il lettore sappia, ed è quanto basta, che da quella notte infinita X non smise mai di ampliare quelle riflessioni a tutti gli argomenti che permeano la vita di un uomo. Nulla sfuggì più al severo controllo critico del suo logico universo “antilogicaumana” il quale distruggeva, sempre più in modo autonomo, tutte le presunte certezze che anche X aveva sempre considerato, anche inconsciamente, come concetti primitivi, stereotipi assiomatici e, quindi, indiscutibili.
L’Y di X scorre tra le automobili fendendo gli incastri in qualità di infinitesimo di ordine superiore sino a giungere alla segreteria universitaria all’interno della quale s’intravedono forchettoni, code e corna demoniache. X s’infiltra nella bolgia e chiede ad un dannato se bisognava arruolarsi anche per ritirare dei moduli. La risposta è un suono gutturale di diniego e un dito puntato sui moduli disposti a margine del plotone marciante da fermo. Ritirate le sudate carte X si avvia alla consegna di queste più altre più piccole e più preziose - carta, comunque carta - ad un altro sportello ove invece è necessario arruolarsi per espletare il proprio dovere. Così anche lui viene fornito di corna, forchettone e coda, la quale diminuisce pian piano; i primi due, invece, svaniscono dopo circa un’ora simultaneamente in simbiosi con la fuoriuscita della punta del piede di X dall’ufficio postale. Seguirà un ulteriore arruolamento per la consegna finale di cui al punto 4) nonché il successivo ritorno a casa - scatole su scatole su scatole su ....- dolce casa.
Ho ucciso il segretario e ho fatto anche bene. Un tipetto insulso che dal basso del suo alto “potere”, ordina, dirige, incute timore. Incuteva. Probabilmente molti altri sono morti per colpa sua. Molti altri, sì, ma non innocenti. Li ho visti come eseguivano i suoi ordini senza fiatare; li ho visti disporsi in rigorosa fila ad un solo gesto della sua mano; forse erano tutti suoi complici; sicuramente lo erano. E se non lo fossero stati, comunque non avevano il diritto di proclamarsi innocenti, sebbene sono certo che lo facessero durante la loro colpevole vita. Nessuno è innocente con formula piena. Chi può dichiararsi tale?
CHI PUO’ FARLO?
Che persona noiosa quel segretario. Noiosa per gli altri, ma, sono pronto a scommetterci, deleteria per se stesso. Credo proprio che si tratti del più classico dei frustrati da una vita piatta e conformante il quale, poveretto, non manca di tentare una effimera rivalsa nei momenti che considera di gloria: il suo lavoro.
D’altra parte ciò gli è ampiamente concesso dai ragazzi che usufruiscono della segreteria, i quali non hanno certo né voglia né motivo per maltrattarlo reagendo ai suoi unici momenti di vita.
X saluta i suoi familiari: Mamma, Nonno, Sorella.
X mangia il suo pranzo.
X fa un mucchio di altre cose uguali a quelle dei giorni passati, anche se camuffate da novità.
E’ sera - quando inizia la sera? E quando finisce per far posto alla notte? - ed X siede all’interno di una scatola metallica che sfreccia in modo innaturale ad una velocità folle anche per un ghepardo quale X non è.
Ha deliberatamente deciso circa due minuti prima di lasciar bruciare un rotolino di carta contenente foglie essiccate e sminuzzate e di favorirne la combustione aspirandone avidamente i quattromila veleni nascosti in una coltre di fumo grigiastra. Tutto legale, è lo stato che lo permette. Quindi X è tranquillo, non come quando fumava un’altra qualità di foglia esentasse e proibita. La combustione della sua dose legale è giunta all’incirca a metà del rotolino ed X sta appagandosi ebbro di nicotina e rumori ordinati fiondati da un paio di casse inconsapevoli di essere la fortuna di chi quei rumori li produce e non conosce X, il quale, invece, adora Eric che, in quel momento, non suona nulla mentre è, anch’egli a sua insaputa, ascoltato e vissuto in qualità di frammento di emozione, partecipe di uno stato d’animo inebriato anche da una dose nel contempo finita.
Minuscoli pezzi di tizzoni ardenti si staccano da un ex rotolino rotolante sull’asfalto prima d’essere definitivamente spento da un pezzo di gomma a forma circolare sorreggente con altri tre colleghi un’altra automobile distanziata da circa trecento biscrome, centottanta minime e duecento semiminime.
X ha appena perso la morte mancando l’appuntamento perché era uscito da casa dieci minuti prima (doveva rifornire l’automobile di carburante, ma per l’operazione aveva perso solo tre minuti) fallendo l’opportunità di scontrarsi con un’auto proveniente contromano uccidendo un uomo “staccato” da X di ben due canzoni.
Immagine false scorrono, spacciate per vere, tra i neuroni di X che con la complicità di una incongruenza spazio-temporale, rivive avvenimenti che oramai sono solo energia abbandonata nei luoghi ave si sono svolti. Oggi X ha amato, finto di amare, odiato, ucciso involontariamente un suo simile al quale ha dato lo spunto per suicidarsi non salutandolo volontariamente; ha estratto mille lire dal portafogli per passarle dalla sua mano a una più scura ma, fondamentalmente, uguale alla sua
Le immagini di X sono ora in stasi mistica e una sola di esse occupa il suo interesse, molto più dell’asfalto sottostante; il seno della sua ragazza è in cinemascope nella sua mente e si sta chiedendo senza risposta perché gli provochi sempre un’erezione; lo ha sempre considerato ovvio, ma perché dovrebbe esserlo? Perché sfiorare la pelle che ricopre una ghiandola lo eccita sessualmente?
Dopo aver preferito abbandonare l’idea di capire cosa ci sia di eccitante nelle mammelle, X si accinge ad aprire la saracinesca del suo garage nel quale trova, come spesso era già accaduto, sua nonna morta pochi giorni prima; risale sulla vettura e la travolge con noncuranza. Adesso ogni secondo è moltiplicato per mille dalla sua angoscia provocata dal pensiero che potrebbero esserci dei ladri, peraltro armati, nascosti nel buio. Nel chiudere la saracinesca rischia un infarto perché il rumore di un topo si era travestito da rumore di ladro alle sue spalle. Mentre il topo, fiero del risultato, torna nella tana, X si accinge a tornare nella sua.
Lungo il corridoio raddrizza un paio di quadri rigorosamente appesi alla rovescia e raggiunge la sua stanza ove trova suo padre disteso sul letto; sta fumando una sigaretta con gli occhi chiusi. X gli rammenta dolcemente che non dovrebbe fumare più perché è cosi che si è causato il terzo infarto fatale un paio di mesi prima. Suo padre apre le palpebre e lo fissa con le orbite vuote dalle quali fuoriesce il fumo e, dopo un lapidario “Scusa”, svanisce nel nulla lasciando il figlio fumante un rotolino appena acceso.
Convinto dal persuasivo acido lattico nei muscoli, decide di dormire evitando la doccia calda, surrogato, normalmente, del Valium. Si immerge in sogni che non ricorderà ma che lo faranno sudare copiosamente.
X si trova ad una festa e la sua ragazza viene disturbata dagli scherzi di beta, fraterno amico di entrambi. Lui sorride, ma vorrebbe intervenire per difendere alfa, cosa che non fa per evitare di rendersi ridicolo agli occhi di tutti, di lei compresa. Così, mentre tituba, beta esagera e comincia ad inondarla di Coca-Cola versandola dalla bottiglia sulla testa della ragazza che scappa piangendo mentre beta la insegue tenendo costantemente la bottiglia sul suo capo. X allora si tuffa frapponendosi tra l’amico e alfa piangente e viene inondato anche lui dalla bottiglia che non si svuota mai. Adesso è certo di voler intervenire ma invece resta fermo a farsi bagnare e ride senza capire cosa lo blocchi e stia falsando il suo comportamento che non ubbidisce al comando del suo cervello di attaccare l’amico che, intanto, si è tramutato in suo padre, così come alfa dietro di lui è diventata sua nonna. Entrambi cadono pesantemente al suolo e tutti gli amici presenti si dispongono in fila indiana; ridendo come matti porgono le loro condoglianze e appena lo fanno stramazzano al suolo morendo con la schiuma alla bocca, schiuma di Coca-Cola.
X è immobile mentre avviene tutto e la casa, morto l’ultimo amico, inizia ad urlargli. “Assassino, assassino, assassino....”. In preda al panico si sblocca, corre verso la finestra e, spaccando i vetri in tuffo, inizia a cadere giù dal settimo piano; ma sotto non lo attende il suolo bensì una bara a tre posti illuminata all’interno; lui è al centro, alla destra e alla sinistra vi sono suo padre e sua nonna in putrefazione che gli sussurrano nelle orecchie: “Benvenuto, è questo quello che c’è dopo, benvenuto è questo quello che c’è dopo...” ininterrottamente mentre lui urla e si dibatte stretto tra i cadaveri e il coperchio.
Dopo qualche secondo inizia un nuovo sogno che cancella dalla memoria il precedente: X ha appena vinto sette miliardi alla lotteria e dal televisore dal quale ha appreso la notizia iniziano a fuoriuscire banconote; tutti, Pippo Baudo compreso, lo applaudono e gli gridano: “Bravo, bravo...”; nel contempo lui pensa che la sua vita è cambiata e fa mille progetti al secondo; al decimillesimo si sveglia e, frastornato dal sonno, esclama a bassa voce: “Peccato che i sogni non siano realtà!” e si riaddormenta quasi subito.
Adesso X si trova su un elicottero della Marina Militare Italiana, indossa la divisa, la scarpa destra al piede sinistro e la scarpa col tacco di alfa all’altro piede. Attorno a lui solo ufficiali che lo fissano e ridono con le lacrime agli occhi perché X sta mangiandosi i capelli lunghi a morsi causandogli un vomito a getto d’idrante che colpisce la nuca del pilota staccandogli di netto la testa. Il pesante miscuglio di soldi e metallo che un attimo prima sfidava la forza di gravità ora non la sfida più e X, che ha smesso di vomitare, si affanna, in preda all’ansia, a spiegare ai superiori che non vomitava perché soffre il mal d’aria; intanto la testa del pilota, dopo essere rotolato per mille metri di caduta libera, si è fermata, bloccandosi volontariamente uscendo la lingua, proprio dinanzi alla scarpa col tacco e, fissandola allibito, urla che non avrebbe dovuto rubargliela perché così si ritrovava la salma con un piede scalzo. Tutti gli ufficiali additano ridendo X che fissa la testa del pilota che urla in continuazione: “Esoneratooo, esoneratooo, esoneratooo...” per poi addentargli il piede indossante la scarpa col tacco. X inizia ad urlare quando vede il suo sangue fuoriuscire dalla gola della testa mozzata che aveva ingerito le dita del suo piede le quali fuoriescono poco dopo trasformate in bolo. Gli ufficiali urlano anche loro ma intonando un coro di voci bianche, cantando il quale iniziano a violentare a turno il corpo del pilota. Intanto l’elicottero, che avrebbe già dovuto schiantarsi, aveva evitato la Terra intera e, aggirandola, continua a precipitare attratto da un’imprecisata forza di gravità extraterrestre...
E’ mattina; X odia le mattine e, quindi, decide di ucciderla affrontandola a muso duro. Non ci riuscirà e, alle sette e quindici, salirà su una scatola metallica che sfreccia in modo innaturale....

Postato da: tremori a 21:53 | link | commenti (16) |
racconti

mercoledì, 15 giugno 2005

Sta per iniziare l'estate 2005. E’ dunque giunto il momento di tirare le somme! Oh, e che volete, con queste cose funziona così, mica si può attendere che si palesino gli addendi per ottenere il risultato! Comunque, speciale su Raidue: degli italiani che andranno in vacanza quest’anno, il 19 % andrà all’estero e l’80 % resterà in Italia… mmhhh…. non sono mai stato tanto bravo in matematica ma, gravemente insospettitomi, grazie all’ausilio di un calcolatore tascabile, giunsi alla conclusione che devono esistere degli italiani che andranno in vacanza fuori dal mondo… certo, soltanto l’1 % di coloro che andranno in vacanza, ma pur sempre qualche centinaio di migliaia di gitanti del cosmo sono!

Postato da: tremori a 21:54 | link | commenti (6) |

lunedì, 13 giugno 2005

Il vero tirchio…
Se un amico gli chiede un paio di euro in “prestito” perché ha dimenticato di fare un prelievo al bancomat e non ha soldi a sufficienza per acquistare le sigarette, preferisce rischiare e fingere di avere soltanto banconote da 50 e prestargliene una, perché 50 euro sono un Prestito e può esigere, in seguito, la riscossione del credito… due euro no!
Quando va al ristorante con gli amici ha SEMPRE mangiato prima (sai, i figli hanno i loro orari, oppure le madri, oppure il canarino…) però una pizza in due con la moglie se la divide, margherita, sai, ha mangiato prima, divora la sua metà in dieci secondi netti, paga solo la sua pizza (ma è giusto, che, gli facciamo pagare come tutti gli altri?) che solo i coperti di entrambi costavano 2 euro in più della loro margherita.
Beve solo l’acqua della fontana perché ha saputo da un amico ben informato che da quella dove la prende lui è davvero buona… ma davvero davvero!
Quando si fa una scampagnata, una riunione a casa di amici, un “arrusti e mangia”, per dirla alla catanese, poiché si divide la spesa in parti uguali (ed in questo caso non ci sono cazzi!), al momento di pranzare viene colpito da improvviso attacco bulimico spastico e non smette un attimo di mangiare e riempirsi il piatto CONTEMPORANEAMENTE con quelle che sembrano miracolosamente quattro mani, che il pianista della leggenda sull’oceano di Novecento sarebbe diventato matto d’impotenza dinanzi a cotanta velocità di arti non suoi!
Quando ci si scambia i regali di Natale è sempre al centro dell’attenzione perché tutti si domandano: “cosa riuscirà ad inventarsi stavolta, quali orrendi abomini di natura sarà riuscito a riciclare o a trovare in bancarelle dove nascondevano tale merce per vergogna tirandola fuori giusto per lui, perché ormai lo conoscono e lo aspettano ogni dicembre con ansia?”. Normalmente non delude mai le aspettative ed i suoi regali finiscono in sgabuzzini ai quali ricorrere nei momenti bui della vita onde riacquistare il giusto sense of humor momentaneamente smarrito.
Guadagna il doppio di quello che nel gruppo di amici guadagna di più.

Postato da: tremori a 00:08 | link | commenti (7) |

mercoledì, 08 giugno 2005

                                              Cappuccetto Rosso
 
C’era una volta una ragazzina molto stressata perché la sua mamma e la sua nonna la usavano a mo’ di pallina da ping-pong. Ella era infatti il pendolino ufficiale della famiglia poiché l’auto era sempre dal carrozziere a causa della pressocchè totale cecità della nonna. Durante l’ultimo incidente, la nonna subì anche la frattura di entrambi i femori, restando paralizzata per il lungo periodo di degenza seguitone.
A causa dello stress, le lunghe chiome della bimba si erano di gran lunga diradate, sino ad arrivare ad una alopecia areata. Da quel momento, la vanitosa bimba indossò perennemente un cappuccetto rosso.
Durante una delle sue trasferte “mamma-nonna”, stracarica di pagnotte, vino buono, carne Simmenthal o Tinsemmhal, non ricordava mai, la povera bimba sentì un fruscio e si illuse di essere seguita: era forse il biondino della porta accanto? O forse l’aitante panettiere? Nooo! Era un lupo!!! Eppure… a ben guardare… era un muso conosciuto… Ma sì! L’aveva visto in TV durante le proposte commerciali del mattino alle quali era brutalmente e sadicamente sottoposta quotidianamente dalla dolce, teledipendente, cecata nonnina. Era lui, non c’erano dubbi: “Salve sono Cesare Ragazziiiiii”, ululò.
Cappuccetto Rosso: “Ma non credi di avere un po’ esagerato col tuo metodo tricologico?”
Cesare Ragazzi: “Ebbene sì… è una lunga e triste storia… ero bello, ricco e famoso, quando un giorno inciampai e mi ritrovai all’interno del pentolone dell’”Ormone Granpelone Capellone Grancrescione”. Da allora rimasi senza lavoro ed emarginato. Neanche a Cinecittà mi vollero come controfigura di “Rintintin XXVIII” o in “Mariangela e l’Uomo Lupo contro Fantozzi”. Solo qui trovai rifugio: tra il lupi di questa sciagurata foresta… e a dire il vero, anche loro mi schifano un po’…”
C. R.: “Ma… allora i tuoi problemi si sono in qualche modo risolti… se solo riuscissi a farti schifare un po’ meno almeno dai tuoi… ehm… simili”
C. R. (sì, lo so, il fatto che sia Cappuccetto Rosso che Cesare Ragazzi abbiano le stesse iniziali complica orrendamente le cose in fatto di abbreviazioni…): “Manco ppe’ niente! Il mio ululato è più innocuo del ragliare di un asino! Le galline mi beccano dietro e le oche mi starnazzano davanti… e tutto sommato va già bene che non sia il contrario! Sono proprio un fallito: anche i lupi si vergognano di me!”
C. R.: (lo dicevo, prima, in merito al fatto delle iniziali…): “Devo ammettere che come licantropo sei decisamente ridicolo…”
Cesare Ragazzi piange, “ululala” e si dispera. Cappuccetto Rosso, intanto, apparentemente intenerita ma esclusivamente interessata, cominciò ad elaborare un diabolico piano.
 “Caro… lupo, per così dire… entrambi abbiamo un problema. Dalla nostra coalizione giungerà la soluzione!” disse la malefica bimba accennando un passo di danza e cantalenando (aveva già fatto la majorette per la scuola dove giocava il biondino di cui sopra…).
Fu così che Cesare s’impegnò, in cambio di un’adeguata propaganda sulla sua acquisita ferocia, ad eliminare la dolce, teledipendente, cecata, logorroica nonnina. Ma come fare? Eseguì svariati tentativi, ma grazie alla sua teledipendenza, la nonnina si salvò ogni volta.
Al primo tentativo, Cesare, entrando in casa di soppiatto, spalancò le fauci dinanzi alla nonna la quale, prontamente, gli rispose: “Problemi di placca? Non è mai troppo tardi: Strigliadent” infilandogli il tubetto di dentifricio in bocca… per poco il povero “lupo” non ci restava strozzato!
Al secondo tentativo provò col gas, ma la casa era dotata del salvavita Beghelli.
Il terzo tentativo mirava all’avvelenamento: iniettò della tintura di iodio nelle condutture dell’acqua. Cesare non poteva sapere, infatti, che in casa era installato Acquapur, il depuratore infallibile.
Stanco e sconsolato stava per abbandonare il campo e, da solito imbranato, inciampò nella prolunga telefonica staccando la linea durante la diretta con la trasmissione “La Zingara e i Pacchi Vostri”; montepremi: un milione di euro, una crociera ai Caraibi con Paolo Bonolis ed una fornitura vitalizia di verdurina “Valle dell’Orco”, della quale la nonnina andava matta.
Nonna: “Le ciliegie! Una tira l’altra sono le ciliegie, pronto, pronto, PRONTO!”
Stadi della nonnina: stupore, angoscia, panico, agonia, epilessia, morte apparente per crepacuore.
Cesare fu a questo punto preso dal rimorso e si tuffò sulla nonna praticandole una prodigiosa respirazione bocca a bocca che riportò in vita la dolce, teledipendente, cecata, logorroica, ammorbante nonnina. Il gioco era fatto: si innamorarono a causa di un’inimmaginabile nonché misteriosa alchimia. Cappuccetto Rosso era libera! Adesso il suo posto era stato preso dall’ex lupo Cesare che, schiavizzato e stressato a dovere in nome dell’amore, cominciò a perdere il folto mantello divenendo, in breve, completamente glabro. Era tornato ad essere un uomo calvo, ma un uomo calvo col telecomando.
 

Postato da: tremori a 21:43 | link | commenti (7) |
fiabe

domenica, 05 giugno 2005

Da leggersi con un marcato accento italiano-finto-spagnolo-che-vuole-avere-un-accento-quasi-italiano:

“Fino a qualche ano fa ero un pochito brutino, ma me bastava alenarme un poco per poterme sentire qualcuno. Adesso sono francamiente una mierda, ma grassie a Corporation Dermoestetica posso farme tagliuzzare tutto, succhiare grasso de qua e metterlo de là, rompere ossa e farle risaldare da mani mui esperte, aggiustarme el pipino con la escusa che tanto ormai sono sotto i ferros, quindi cominciare a senterme un tantino più emportante de quela mierda che me sento quando che me guardo intorno e non trovo altra ragione per vivere se non este stronsate dermoestetiche… ma funsiona davero, sapete?”

Postato da: tremori a 00:19 | link | commenti (14) |
reclame