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martedì, 22 novembre 2005

Autognomica

- Uomo in Mercedes: Solitamente intorno ai 57 anni, leggermente in sovrappeso, occhiali larghi effetto “mosca”, può essere fumatore, solitamente di pipa. Può trovarsi in due diverse posizioni: eccessivamente rilassato sul sedile nel quale sprofonda come fosse un materassino in una piscina solitaria e soleggiata, oppure eccessivamente in avanti verso il volante con la colonna vertebrale rigidissima e staccata dallo schienale di almeno 10 centimetri. Possiede un automobile con caratteristiche tecniche non profondamente dissimili da quelle di una F1. Procede a 15 km/h in città, 35 nelle strade extra-urbane, 80 in autostrada, ma sempre, rigorosamente, tassativamente al centro della carreggiata, ubicazione che sembra essere la condizione necessaria per la sua sopravvivenza. Quando viene sorpassato da un povero cristo incolonnato da 45 minuti dietro di lui che, spossato dalla circostanza, effettua la manovra con mutate sembianze facciali esprimendo con parole sconosciute ai più le dilanianti dissonanze del suo animo mentre il suo clacson ulula con voce vieppiù roca in piena assonanza con le citate dissonanze, mentre tale dramma si svolge a pochi, pericolosissimi centimetri da lui, l’Uomo in Mercedes resta immobile in una delle due posizioni (che, va chiarito, non muta MAI… le due diverse posizioni caratterizzano due diversi Uomini in Mercedes!) lasciando nel devastato sorpassatore l’alone di un dubbio: sarà vivo?
- Extra-comunitario in Volkswagen Jetta: Automobile evidentemente consegnata insieme al foglio di via dopo il lussuoso soggiorno nei centri d’accoglienza a cinque stelle che fortemente ci discostano dal nazismo ed i suoi lager. Tale automobilista non teme i sensi vietati, i semafori rossi, le precedenze ed i divieti di sosta: sembra abbia visto di peggio, lui! Non in Italia, comunque: sembra abbia trovato fortuitamente una macchina dello spazio/tempo (anch’essa una Jetta) abbandonata al sud Italia o fuori dalla suddetta nazione, in Sicilia, che lo abbia trasportato negli anni ’40 in Germania. Da lì riescono a far ritorno nel lusso dell’accoglienza italiana culminante nella già citata consegna dell’automobile.
- Donna in Seicento: Rigorosamente soprappeso, appiccicata al volante rispetto al quale può trovarsi, a seconda della statura, in due posizioni: col volto al di sopra di esso e la testa leggermente all’indietro, oppure arrampicata su di esso nel tentativo di vedere tra le sue razze. Inserisce la retromarcia con fragore del terzo grado della scala Richter ed utilizza innovativi sensori di parcheggio acustici: BOOM, BOOM, BOOM… importantissimo non divenire causa di anomalo CRACK con le proprie gambe. Se prende un controsenso in una via stretta e la si incontra procedendo nel giusto senso di marcia, meglio fare immediatamente retromarcia evitando inutili perdite di tempo e pregando per lei finchè non esce viva dalla via stessa.
- Ragazzo tatuato in Ducato: Non lo vedi, lo intuisci. La media oraria e di 289 km, pausa pranzo compresa. Solitamente ti accorgi di lui solo ai semafori perché costretto alla resa dalle altre auto incolonnate dietro, davanti, di lato a lui. Dall’abitacolo esce uno strano aroma lievemente simile a quello di carne arrostita, ma, seppure sporgendoti con distorsione perfino degli alluci, non riesci proprio a scorgere alcun barbecue… forse lo custodisce nel capiente bagagliaio. Al verde, credi di essertelo immaginato: svanisce in una nuvola di fumo meno piacevole di quello di prima.
- Ragazzo in auto con luci blu: Maglietta D&G a rete in estate, giubbotto “bomber” Versace in inverno, capelli con frangia inondata e pericolosamente protesa verso le pupille, colonna sonora incessantemente pompata a palla (credo parlino così…) ed incredibilmente simile agli avvisi acustici dei sensori di parcheggio della Donna in Seicento. Si narra che la sua auto non si muova a causa di un comune motore a scoppio bensì per induzione elettromagnetica con caratteristica luce blu tutt’attorno e sotto ad essa. Non sembra che tale specie di automobilista goda di vita propria al di fuori della sua vettura la quale ha ormai fama d’essere non il suo mezzo di locomozione bensì un suo piercing… non si osa pensare a quale possa essere la parte anatomica che funga da prefisso al suffisso…

(SEGUE???)

Postato da: tremori a 22:44 | link | commenti (13) |
autognomica

martedì, 15 novembre 2005

                     LO STRANIERO (PARTE III)

Eric ora inietta una dose di psicofarmaco alla vittima ancora narcotizzata. Quando si sveglierà potrà a malapena vedere ciò che gli succederà e muovere i muscoli solo a livello di spasmi inutili per la sua salvezza. All’inizio preferiva legarli ad un letto e godere delle urla strazianti durante i suoi lenti omicidi, ma col tempo aveva imparato ad apprezzare le urla ben più agonizzanti che gli occhi sanno emettere: quelle provocate dalle corde vocali erano solo un ostacolo a goderne appieno. Così ideò il sistema odierno, un’evoluzione che gli permetteva anche di non rischiare nulla, poiché se avesse sbagliato la dose avrebbe potuto per lo più uccidere il ritmo prima di martirizzarlo: grave perdita, sì, ma minore al rischio di lotta che sarebbe seguita ad un'errata immobilizzazione.
Eric è seduto vicino all’agnello da immolare e ne fissa le palpebre chiuse in paziente attesa della loro apertura. Sarebbe stato il loro ultimo schiudersi e chissà quali sogni faceva l’ex 75 battiti, ora sì e no 55, ma tanto quell’odioso gruppo aveva già scelto, lui era lì ed anche Eric il quale nota ora un movimento sospetto. Bisturi in mano, si avvicina per osservare meglio: sì, gli occhi inerti dell’uomo lo fissano. Ormai lui sapeva ascoltarli: “Perché non posso parlare? Dove sono? AIUTOOOO!”. Così rispondeva a tono: “Sei drogato, non puoi muoverti, non puoi urlare e tra poco non avrai più musica all’interno delle tue membra perché le squarcerò; con lentezza, stai pur tranquillo, non voglio che l’orgasmo duri poco.”.
Gli occhi: “Nooooo, perché?, chi sei?, che ti ho fatto?, AIUUUTOOOO!”.
Il Mediocre: “Perché sì, non puoi capire, come tutti gli altri; il giorno che qualcuno mi dirà di aver capito diverrà mio assistente, ma nessuno capisce, tutti urlate, siete stupidi, mediocri e pieni di inutili ritmi.”.
Il bisturi scese a tagliare i vestiti dall’altezza del collo sino alla cintura. I primi rivoli di sangue cominciarono ad emergere. Lasciò sanguinare la lieve ferita appena prodotta e creò altre ferite lievi su tutto il corpo: prima sulle braccia, poi sulle gambe, sui genitali dei quali ne staccò un pezzo di pochi centimetri buttandolo con noncuranza in un cestino colmo di altre frattaglie umane; si occupò, poi, del viso camuffandolo in una maschera rossa dalla quale emergevano due occhi supplichevoli e agonizzanti di un dolore precedentemente sconosciuto e che mai la vittima avrebbe pensato di poter provare.
Eric lasciò il corpo in queste condizioni per circa 30 minuti: nudo, straziato da lievi ferite nessuna delle quali abbastanza profonda da provocare dissanguamento ma presenti pressoché ovunque. Poi gli si avvicinò e lo avvisò: “Infliggerò un colpo maggiormente incisivo ogni 5 minuti ma, ti avverto, non abbastanza profondo da procurarti la morte prima delle 6:00 e, bada bene, sono solo le 4:40. Trattasi di un’ora e venti minuti: in una sala da the questo tempo volerebbe, ma qui, credo te ne sarai accorto, non siamo in una sala da the ed ogni minuto avrà la lunghezza apparente di un’infinità. Ora: un’infinità è, per sua definizione, interminabile… pensa all’”interminabilità” di 280 infinità, se la tua mediocrità te lo consente!”.
Eric mantenne la promessa ma non del tutto: l’uomo morì dieci minuti prima delle 6:00 ridotto ad un macello di membra staccate con un’accetta, – divertente diversivo che Eric amava concedersi, ogni tanto – ferite più o meno profonde su tutto il restante corpo e dita mozzate sia dalle mani che dai piedi. Logicamente i colpi maggiormente duri li aveva inflitti per ultimi; ciononostante i suoi calcoli fallirono di 10 minuti. Di questo era ovviamente colpevole la vittima, non certo la sua Mediocrità da assassino-chirurgo-macellaio. Prese un piede già staccato precedentemente, – quale magnifica espressione di occhi urlanti allo spasimo aveva prodotto quella vivisezione dell’arto spezzatosi all’altezza della caviglia! – lo scarnificò e ridusse le ossa in polvere con l’ausilio di un attrezzo da falegnameria. Prese poi una delle sue sigarette, ne estrasse il tabacco aprendola longitudinalmente dopo averla inumidita con la lingua, versò la foglia essiccata e sbriciolata su una cartina, la mischiò con un pizzico di polvere ottenuta dall’osso dell’uomo nero appena martorizzato, accese e fumò rilassandosi completamente svuotando la mente da ogni pensiero, da ogni problema, da ogni memoria – “Ecco il tuo maestro, Eric” – “Mamma, è negro!” – “Lo perdoni, è solo un bambino!” – “Ti insegnerà il pianoforte” – “E’ straniero, lei?” – risate del maestro – “Sì – ancora risate – molto straniero.”.

FINE

Postato da: tremori a 23:01 | link | commenti (9) |
racconti

giovedì, 10 novembre 2005

                   LO STRANIERO (PARTE II)

Il rumore del motore della sua station wagon di cui nessuno conosceva l’esistenza se non la sua villa; ma sarebbe stato pronto ad uccidere anche lei se avesse parlato. Forse avrebbe dovuto cambiare sistema, ma l’avrebbe fatto!
Seguì il rumore dello spacchettamento delle sigarette, forti, straniere, ma non abbastanza.
Stasera voleva qualcosa in più straniero da fumare, non necessariamente più forte, ma più straniero sì. Rise di quel pensiero così tremendamente arguto e si mise alla ricerca. Doveva trovare qualcuno il cui battito cardiaco coincidesse col ritmo a 75 battute al minuto della musica che la ricerca automatica della radio aveva casualmente trovato. Un po’ odiosa quella canzonaccia… come l’aveva chiamati lo speaker?… Emerson, Lake and Palmer, forse... odiosa anche se sconosciuta quella musicaccia. Ma la casualità della scelta era necessaria nella sua logica programmatica e oramai la scelta era fatta: 75 battiti al minuto. Dopo pochi minuti lo riconobbe: era la sua vittima. Tra i pochi passanti delle 3:30 aveva notato qualcuno da 80 battiti, un altro era quasi perfetto se non fosse stato alterato da una fastidiosa aritmia cardiaca. Questo, invece, era perfetto: camminata, volto e perfino capelli da 75 battiti al minuto. Come avrebbe potuto sbagliarsi? Anche un bambino l’avrebbe notato, chiunque l’avesse incontrato avrebbe esclamato, o pensato, a seconda della sfacciataggine: “Questo è un uomo da 75 battiti!” e lui non era né un bambino né chiunque l’avesse incontrato, bensì “Eric il Mediocre”. Si fermò, insieme alla sua auto… o era al contrario?… Gli piaceva enormemente soffermarsi occasionalmente su speculazioni filosofiche come questa. Una settimana prima aveva quasi perso di vista una vittima da 105 battiti, specie peraltro rarissima, a causa dei suoi pensieri speculativi. Quella volta il ragionamento era: i numeri esisterebbero anche se l’uomo non li avesse creati per convenzione?
Sniffò la sua dose di polvere bianca, unica Eva Kant della sua vita, e scese dall’auto per andare a narcotizzare la sua vittima scelta da quel gruppo – come si chiamavano? – così odioso. La circospezione che lo contraddistingueva gli permise di agire in assenza di altri passanti. Il pensiero lo portò a quando, ancora inesperto, lo sorprese un elemento da 90 battiti sbucato fuori da un angolo buio mentre trasportava in auto la sua vittima, quella sera scelta da Musorgskij… ora che ci rifletteva, sembrava abbastanza simile all’odioso gruppo da 75 battute, come si chiamavano? Era inesperto, ma abbastanza Mediocre da inventarsi che si trattava di un suo amico un po’ beone e che lo avrebbe portato a casa, messo sotto una doccia fredda, etc. etc.
Il tizio da 75 battiti fece poca resistenza, come tutti del resto, e cadde in un sonno più profondo dei suoi pensieri prima ancora che questi ultimi cessassero. Trasportatolo in auto, lo adagiò con cura nel bagagliaio e si diresse al suo posto di guida. Prese il telefonino e si telefonò a casa iniziando una discussione breve ma pregnante tra due voci registrate: la sua, da casa e la sua, camuffata da un aggeggio apposito, dalla sua auto. La sua mediocrità gli permetteva di crearsi un alibi per puro scrupolo ma non d’intuire che sarebbe stato smascherato subito a seguito di eventuali sospetti che mai, comunque, avrebbero toccato l’avvocato Barker. Compiaciuto della sua geniale mediocrità, si avviò, a telefonata compiuta, verso la villa-bunker di sua proprietà. Inaccessibile per sicurezza, ridicola in maestosità, demenziale in sfarzosità, essenziale nello sconosciuto sotterraneo, teatro della sua Professione, conosciuto solo da lui e da chi oramai non può parlare più per raccontarlo.
Ora la scena si sposta proprio in questo teatro Grand-Guignolesco da fine ‘900. Freezer giganti da macellaio coprono la gran parte dell’enorme superficie quadrata e cubica, simile ad una piazza di media grandezza ove abbiano traslocato 30 o più macellai con i loro freezer. Sessanta ganci erano già stati utilizzati ed i corpi ormai privi di ritmo fanno bella mostra di sé a testimonianza della musica uccisa.
Il piccolo Eric è anche musicista – fa sentire agli zii – ai nonni – al signor magistrato – al collega – a papà – alla signora Gruber – quanto sei bravo – no papà ti prego – dai Eric non vorrai deluderci – guarda: ancora 10 anni e già esegue “Al chiaro di luna” – lacrime sul volto del piccolo musicista forzato – “Bravo!” – “Suonala ancora, Eric” – no, basta “Sì, certo papà” non vorrò mica deluderti “con piacere!” – “Bis!”.
I corpi sono appesi pressappoco all’altezza della 5^ o 6^ vertebra ed ognuno ha subito uno scempio diverso dall’altro. Per il resto sono perfettamente conservati.

(Continua…)

Postato da: tremori a 00:09 | link | commenti (14) |
racconti

lunedì, 07 novembre 2005

                        LO STRANIERO (parte I)

PRE-FAZIO-NE (PREmessa FAZIOsa NEfasta)
Questo racconto giaceva in un file impolverato e dimenticato.
Lo scrissi più o meno 15 anni fa, minuto più minuto meno, e francamente me n’ero quasi del tutto dimenticato.
La colpa della sua ricerca ed evidente successivo ritrovamento va senz’altro addebitata a RossoSangue ed ai suoi racconti che m’hanno ricordato l’esistenza di scritti che, forse, avevo ingiustamente relegato ai margini del mio conscio… ne ho trovati anche di immondi, ma questo non m’è sembrato poi tanto malaccio e considerando che l’ho letto quasi da “lettore” visto il tempo ormai trascorso da quando lo scrissi, mi sono voluto fidare del mio fazioso giudizio.
Doverosa precisazione: la storia è totalmente frutto di fantasia… infatti il sottoscritto non è affatto ricco come il suo protagonista, Eric!

Sono le 3 di notte.
E’ l’Ora.
La sveglia elettronica che suona lo fa meno intensamente di quella biologica la quale, occasionalmente, precede la collega straripante di cristalli liquidi.
Un minuto basta per il riepilogo mentale di Eric: ventiquattrore ufficialmente contenente documenti inerenti il suo ufficio, cellulare e batteria di riserva rigorosamente carica, pacchetto di sigarette sigillato, spazzolino da denti con dentifricio incorporato; doppiofondo contenente: un bisturi monouso sigillato, guanti assolutamente nuovi, boccettina di liquido narcotizzante, fazzoletto di cotone pulitissimo e profumato d’ammorbidente, bustina con cocaina.
Stanotte si sente meno motivato, forse perché la giornata precedente era stata molto faticosa, ma non può tirarsi indietro: è il suo Lavoro, quello che s’è scelto davvero, non come quello ufficiale, quello “socialmente utile”, “economicamente produttivo”, impostogli ancora prima di nascere e, forse, antecedentemente al suo stesso concepimento. Suo padre, canaglia da un milione di euro, avvocato di professione, il migliore della città – dello Stato intero – ma no, via, non mi adulate – no, no, è vero! – raccontagli del caso Smith, dai! – beh, sai, era colpevole, due omicidi… oggi è libero: 3 anni con la condizionale! – Eric, l’avvocatino, studia? – diverrà come il parde! – molto meglio, cara, molto meglio! – vero Eric? – Eric, sguardo incredulo da bimbo viziato di 8 anni, sorride mostrando il suo tema da 10 e lode, vanto da futuro avvocato, effetto di una maestra conformista e da scuola privata, ma Eric non può saperlo e si scoprirà Mediocre a 24 anni, un po’ tardi per cambiare il suo mondo. Ma poi, qual è la giusta per farlo? Oggi ha 45 anni, Mediocre come la società richiede, ricco più del signore che gestiva lo stesso studio da lui oggi pilotato, quel signore che definire padre è ancora d’obbligo davanti alla società. Oggi ha 45 anni e 60 omicidi all’attivo. Da quasi 2 mesi ha scelto la sua Professione, una sua Scelta. Non un hobby, bensì la sua Professione. Beh, la società non può capirla né accettarla, così resterà in segreto per sempre. Non si è scoperto assassino per caso, né per rabbia, bensì per Scelta; è la sua unica Scelta e la ama profondamente. Fidanzato spesso, sposato mai. Non esistono donne che potrebbero apprezzare la sua Professione notturna, così le lascia tutte non appena si accenna alla parola “matrimonio”. Eppure, da bravo Mediocre, sarebbe contento d’incontrare la sua Eva Kant, sposarla, logicamente in chiesa, col velo bianco, i confetti e la prima di altre 1000 notti già vissute ma fintamente esaltante. Purtroppo una Mediocre così vicina al suo concetto divino di donna non esiste e lui l’aveva già capito prima ancora d’iniziare la sua nuova Professione. Perché il Sangue identificava il Rosso e viceversa, ma non per glia altri, i quali potevano solo giocare con quello che lui considerava da sempre neanche un sinonimo ma un coincidere; perché quando graffiava a sangue le sue amanti esse non apprezzavano il sensuale gesto ed urlavano, non gemevano.
Inizia il film e da bravo regista Eric aveva voluto le stelle esattamente com’erano: lontane tra loro non più di qualche migliaio di anni luce e non più di qualche milione. Sì, tutto era perfetto, compresa la richiesta mezzaluna.

(Continua...)

Postato da: tremori a 22:44 | link | commenti (7) |
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