Questo raccontino nasce come “cazzeggio”… Mandylion (blogger a cui tirare un po’ le orecchie per la sua imperdonabile prolungata assenza dalla rete! :-) ) un po’ di tempo fa m’invio il seguente sms: “Ho toccato il fondo: ad ora di pranzo invece di leggere ho scritto un piccolo racconto erotico\comico che è una bomba! Preoccupante?”. Il giorno dopo gli dissi che volevo leggerlo subito, lui mi rispose di no, voleva fare un’esperimento: mi raccontò soltanto la “trama” del racconto e mi propose di scriverne uno che ne seguisse la “traccia” per divertirci poi a scoprire le carte a giochi fatti confrontando le due piccole composizioni… bene… ahinoi, io l’ho appena terminato e lo pubblico subito… ma ora tocca a te, cumpà! :-)
FESTA RICCA
Il fatto di trovarmi lì non vuol dire necessariamente che mi ci trovassi realmente, ma in realtà forse lo dico solo a me stesso per ingannare la mia parte razional-social-familiare che categoricamente nega la sua presenza in quella villa…
Johnny non suona la chitarra, nonostante il nome, ma possiede il patrimonio di una rockstar, nonostante non lo sia. La sua villa è posizionata in riva al mare, in via Dei Villini a mare, per l’appunto, ma la sua di “ino” ha pochissimo: la struttura liberty di tre piani racchiude 24 vani, 5 bagni, 3 cucine, una piscina coperta e riscaldata… l’esterno è composto principalmete da prato inglese con discesa privata sul pulitissimo mare ai margini della scogliera catanese, collocato a metà tra i lidi della scogliera ed il lungomare dei solarium. Le piscine sono due, in effetti: l’altra è collocata sul prato di cui sopra ed è una Jacuzzi con aree idromassaggio. Il campo da tennis non c’entrava, ribadisce sempre Johnny, perché purtroppo la natura non permetteva maggiori spazi rispetto a quelli già sfruttati… ben poca misera cosa diviene una villa senza il suo campo da tennis, e forse questo era il motivo per il quale io proprio non volevo andarci alla festa di Johnny! Io sono abituato in condominio, una volta vado a casa di un riccone con villa da riccone e piscina da riccone… e non c’è il campo da tennis? Ma, dico, scherziamo? Ho accettato giusto perché Simona sembrava essersi tramutata in un ripetitore automatico proponente sempre la stessa identica frase: “dai, ci andiamo, dai, ci andiamo, dai, ci andiamo, dai, ci andiamo?…..”. Lei non ama la vita mondana, possiede un certo ribrezzo verso le ricchezze ostentate, non ama i regali costosi, ma chissà perché in feste come quella di Johnny non può mancare, gli anelli delle sue amiche sono sempre così carriiiiiniiii quando una pietra incastonata in essi supera la somma di 2 miei stipendi… “dai, ci andiamo, dai, ci andiamo, dai, ci andiamo, dai, ci andiamo?…..”…. “Minchia, SI’, ci andiamo, va bene!”…. in questi casi ci si aspetta almeno la soddisfazione di un abbraccio con un paio di grazie grazie grazie, constate le innegabili capacità da ripetitore automatico… invece no, soltanto un semplice: “ma mica per me, sai… mi sembra male per le mie amiche!”… “E allora ci andiamo per le tue amiche, va bene?”… avevo ragione!
Gli invitati erano circa 13, io e Simona inclusi. Le coppie erano circa 2, io e Simona inclusi.
Teresa è single ma “frequenta” Marco il quale single si sente davvero pochissimo… ma chi glielo dice a Teresa? Monica è single per scelta di Umberto, il moroso che l’ha tradita con la sua migliore amica, Sabrina… “ma che banalità”, gli ripetono tutti ogni volta che lo racconta… “Forse per voi, ma per me banale mica tanto…”. Umberto e Sabrina ci sono anch’essi, rendendo la situazione un filino imbarazzante per tutti, figuriamoci per loro… che poi, almeno dalle apparenze, sembriamo più imbarazzati noi che non loro stessi, tutti e tre, che parlano tranquillamente a bordo piscina come vecchi compagni di classe incontratisi per caso con un bicchiere di passito in mano...
Gianna e Michela sono state universitarie e sembra che tra i laureati sia comune avere tale trascorso, infatti lo furono anche Simona e Teresa. Tutte e quattro, però, hanno qualcos’altro in comune: frequentarono gli stessi corsi e ciò fa di loro una categoria a parte, pericolosissima: quella delle “ex colleghe di corso universitario”. Quando infauste congiunzioni astrali rendono possibili tali funesti incontri si genera un significativo evento che potrebbe definirsi come “eclissi sociale”: le ex colleghe parlano tra loro di avvenimenti più o meno veritieri, più o meno rivolgendo occasionalmente agli “eclissati” enormi sorrisi come per dire: “ma non lo trovi divertentissimo anche tu?”, ma categoricamente più noiosi per tutti e meno divertenti per loro di quanto non siano noiosi per gli altri… e se ne fanno di matte risate, eh!
Giuseppe e Roberto, invece, no. Cioè, non erano universitari, non sono single ma non sono in coppia, né tra di loro né con altri/e presenti alla festa bensì con due ragazze che nessuno di noi conosce e che tutt’ora non hanno il desiderio di cambiare tale loro status palesandosi fisicamente oltre che attraverso le celestiali parole dei loro innamoratissimi morosi. Giuseppe e Roberto sono simpatici, ma se iniziano a parlare delle loro “piccoline” possono diventare più temibili di un monologo in bulgaro con sottotitoli in cirillico… anzi, ho avuto modo di sperimentare entrambe le circostanze ed ho trovato il monologo parecchio più avvincente e comprensibile!
Giovanni e Giulia sono l’altra coppia. Loro sono piacevolmente “piatti”, rassicurantemente “normali”, segni particolari nessuno… eppure non noiosi, non banali… non saprei dire… un po’ come il prezzemolo: gli spaghetti aglio, olio e peperoncino possono sopravvivere anche senza, ma se invece c’è te ne accorgi a stento dando per scontato che ci sia e nonostante la sua “trasparenza” rende più gustoso un piatto di cui godresti comunque anche in sua assenza.
I primi ad arrivare alla festa, come sempre avviene in questi casi, fummo io e Simona. Era di rigore l’abito da spiaggia ed io sfoggiavo un paio di bermuda di lino beige ed una maglietta con sopra scritto “Brutto figlio di Puttana”, Simona un pantalone di lino bianco che mi provoca tutt’ora le vertigini, sebbene sia la mia ragazza da oltre 4 anni, ed un top nero che mi aumenta le vertigini in eccitazione vera e propria. Prima di arrivare alla festa ho tentato per ben 3 volte approcci più o meno palesi… al primo reagì ridendo, al secondo, più palese e meno scherzoso, con un “Ettore, dai, dobbiamo arrivare in ritardo?”, al terzo, decisamente da arrapato, con un secco “insomma, finiscila, lo sai che odio arrivare in ritardo!”. Aspettammo circa mezz’ora per veder arrivare altri due invitati: Teresa e Marco, lei splendidamente somigliante a Michele Hunziker, lui pallida fotocopia di Gerry Scotti… ma sarà quella giusta per lui? E soprattutto, caro il mio “Scotti”: la accendiamo?
Dopo di loro gli altri giunsero nel giro di 5 minuti.
La serata iniziò a decollare soltanto grazie allo champagne che accompagnava le ostriche servite come antipasto di una cena fredda memorabile. Un buffet hollywoodiano con piatti ricercatissimi e al contempo semplici… insalata di banane e funghi, carpaccio di manzo con rucola e grana, salmone e melone, piacentino ennese e miele di castagno, salumi dei nebrodi e formaggio maiorchino sono solo alcuni dei piatti che arricchivano lo scenario attorno alla piscina, il tutto innaffiato da vino rosso Milleunanotte del 2000 come se piovesse… a metà cena la serata divenne davvero divertente, era al culmine del suo volo. Il vino non aveva ubriacato nessuno ma ci aveva reso tutti più gradevoli e graditi l’un l’altro, le ragazze sembravano tutte più belle e le eclissate si erano riuscite a fondere col gruppo senza per questo smettere di fare ancora gruppo a se… la serata di luglio era calda ma non umida, temperatura ideale per ritrovarci tutti in costume da bagno a fare un tuffo in piscina godendosi un bicchiere di vino nella zona idromassaggio, possibilmente a strettissimo contatto col proprio partner… anche i più o meno single non disdegnavano tale tipo di compagnia in acqua: Teresa e Marco sono una “quasi coppia” e quindi erano i “single” più avvinghiati, ma anche Umberto, Sabrina, Monica e Johnny si divertivano a giocare tra loro senza mai palesare troppo il gioco, lasciando una sottile linea di demarcazione tra il serio ed il faceto, tra l’amicizia e l’erotismo, tra il se di oggi e quello di domani, tra il volere ed il non potere. Insomma, nessuno di noi è tipo da orgia, ma quella sera credo che sfiorammo tale nuova esperienza, senza peraltro capirlo mai appieno se non a posteriori e comunque, a tutt’oggi, senza mai dircelo apertamente riparlando di quella sera che continuiamo a definire semplicemente come “stranamente magica” oppure, osando un po’ di più, “morbosamente coinvolgente”.
Il tempo cronologico non esiste, siamo noi ad interpretarne il passaggio con convenzioni denominate ore, minuti, secondi… infatti quella sera scoprii che 3 ore possono sembrare 1/6 del loro normale fluire in circostanze normali o 1/12 rispetto a periodi noiosi: erano le 3:00, mi trovavo in una sdraio con accanto Teresa e Sabrina in due lettini vicini, una a destra, l’altra a sinistra. Noi tre non avevamo mai smesso di chiacchierare punzecchiandoci deliziosamente nello stesso tono che la serata aveva ormai preso… ma gli altri dormivano tutti! Simona era distesa di fronte a me su un telo spugna di playboy (ma dove cazzo lo teneva? Non l’avevo mai visto… o forse non è suo?…), accanto a lei c’è Johnny, fortunatamente su un altro telo, anche se non esattamente lontano dal suo… vabbè, ho poco di cui essere geloso: primo, dormono! Secondo, io mi sto davvero cominciando ad eccitare… i punzecchiamenti sono diventati veri affondi di spade e se prima ci si solleticava adesso le frasi cominciano a penetrare le carni insinuandosi nel cervello e lavorando gli ormoni per benino… Teresa è la più audace, la meno eterea nelle allusioni, ma Sabrina riesce ad essere eccitante almeno quanto lei grazie ai suoi movimenti sinuosi che accompagnano frasi meno esplicite e più immaginifiche… sto per esplodere, ormai le ho entrambe pelle a pelle e di allusivo resta ben poco quando si arriva a parlare di “problemi” grossi o piccoli… posseduto da un demone che ancora non conoscevo e che non sospettavo potesse risiedere in me in qualche meandro oscuro di un recondito desiderare, mi abbassai il costume esclamando incredulo io stesso: “Io avrei questo di problema, che sia grosso o piccolo trattasi di mera questione soggettiva ed io non desidero in alcun modo esprimere giudizi che potrebbero sembrare faziosi, ma lascio a voi la questione accompagnata da un’altra domanda: potreste per caso fare qualcosa per risolverlo?”. Non risposero nulla verbalmente, ma usarono ugualmente la bocca per esprimersi, insieme, contemporaneamente e senza per questo intralciarsi nei “discorsi”, anzi… era un vero duetto, sembravano addirittura affiatate e rodate nel loro pronunciarsi in siffatta maniera… io non restai affatto insensibile dinanzi a cotanta arte “oratoria” e le lasciai fare in religioso silenzio ed estatica contemplazione sino al momento delle mie conclusioni finali: copiose ed incisive, decisamente pertinenti al gran lavoro da loro svolto sino a quel momento e fu mia grande soddisfazione vedere che non se ne persero nemmeno un pezzetto lasciando disperdere inutilmente il frutto del loro lavoro di cui invece sembrarono ben liete di poter apprezzare per intero l’auspicato risultato.
Dopo ci godemmo un meraviglioso bagno in piscina nella quale mi addormentai lasciandomi cullare dall’idromassaggio di una delle sue aree… per fortuna loro si addormentarono dopo essersi staccate da me, in due aree vicine ma non troppo… mi svegliai col sole in faccia e l’impressione di aver sognato tutto… no, non poteva essere vero, non potevo essere io, proprio io… e chissà, forse era davvero soltanto un sogno, uno di quelli dai quali ti svegli nel dubbio, in bilico tra realtà e fantasia, finchè la prima non prende il sopravvento sulla seconda lasciandoti iniziare un nuovo giorno nel quale accumulare altro materiale per altri sogni, altri desideri per altra fantasia, altro inconscio da nascondere al conscio… altra possibile vita.
Gli altri erano quasi tutti in dormiveglia e alcuni mugolavano frasi sconnesse… alcuni passeggiavano con assetto da zombie… Johnny era in piedi vicino alla piscina, a pochi metri da me, mi guardava… quando aprii gli occhi mi disse: “Buongiorno Campione… hai dormito bene? Sono certo di sì!” e si allontanò con un sorriso che aveva un che di compiaciuto… ma dormiva davvero? Ma ero sveglio davvero? Ma era accaduto davvero?
Mi alzai e andai da Simona splendidamente adagiata nella stessa identica posizione nella quale l’avevo vista addormentarsi la notte prima… ma come farà mai a dormire così? Io, durante la notte, sembro il cestello della lavatrice in piena centrifuga, il Diavolo della Tazmania si spaventa quando mi passa accanto mentre dormo… lei no, lei entra nel mondo onirico immergendosi in esso come fosse una nuvola soffice e da essa si lascia cullare restandone completamente avvolta, avviluppata… positivo e negativo, è questa la logica, no? Io e lei, è questa la logica, no?
Il conscio.
La logica.
La vita reale.
E’ bella, altro che cazzi! Mi avvicino a lei e la bacio delicatamente sull’angolo sinistro della bocca, quello vicino al quale una piccola fossetta le ingentilisce il volto rendendolo un po’ più malizioso ed affascinante… la sveglio così, mi guarda e mi dice: “Buongiorno Amore… ma dove… ah… oh Madonna… che serata, eh?” arrossendo leggermente, ma posso notarlo solo io che la conosco meglio di me stesso, anche se non ci vuole poi granchè.
“Già… incredibile davvero, maaa… un po’ fuori dal nostro mondo, non ti pare?”
“Beh… ma perché, ti sei annoiato?”
“Nooo… peroòò… vabbè, un po’ mi sentivo come Alice nel Paese delle Meraviglie: tutto molto bello, ma al di là dello specchio… non che sia brutto, maaaaa…. incongruo, ecco!”
“… incongruo… ma ogni tanto si dovrà pure vivere di inconguità, no?”
“Ma sì, Amore, sì… basta ricordarsi, quando si torna dall’altra parte dello specchio, che si trattava soltanto di una realtà… INCONGRUA!”
“Ma a noi non deve ricordarci nessuno quanto stiamo bene insieme senza avere bisogno di nient’altro che quello che abbiamo, no, Amore?”
“Certo, lo so… lo so”
Bacio, prolungato, conscio, bello, reale… congruo.
LO STRANIERO (PARTE III)
Eric ora inietta una dose di psicofarmaco alla vittima ancora narcotizzata. Quando si sveglierà potrà a malapena vedere ciò che gli succederà e muovere i muscoli solo a livello di spasmi inutili per la sua salvezza. All’inizio preferiva legarli ad un letto e godere delle urla strazianti durante i suoi lenti omicidi, ma col tempo aveva imparato ad apprezzare le urla ben più agonizzanti che gli occhi sanno emettere: quelle provocate dalle corde vocali erano solo un ostacolo a goderne appieno. Così ideò il sistema odierno, un’evoluzione che gli permetteva anche di non rischiare nulla, poiché se avesse sbagliato la dose avrebbe potuto per lo più uccidere il ritmo prima di martirizzarlo: grave perdita, sì, ma minore al rischio di lotta che sarebbe seguita ad un'errata immobilizzazione.
Eric è seduto vicino all’agnello da immolare e ne fissa le palpebre chiuse in paziente attesa della loro apertura. Sarebbe stato il loro ultimo schiudersi e chissà quali sogni faceva l’ex 75 battiti, ora sì e no 55, ma tanto quell’odioso gruppo aveva già scelto, lui era lì ed anche Eric il quale nota ora un movimento sospetto. Bisturi in mano, si avvicina per osservare meglio: sì, gli occhi inerti dell’uomo lo fissano. Ormai lui sapeva ascoltarli: “Perché non posso parlare? Dove sono? AIUTOOOO!”. Così rispondeva a tono: “Sei drogato, non puoi muoverti, non puoi urlare e tra poco non avrai più musica all’interno delle tue membra perché le squarcerò; con lentezza, stai pur tranquillo, non voglio che l’orgasmo duri poco.”.
Gli occhi: “Nooooo, perché?, chi sei?, che ti ho fatto?, AIUUUTOOOO!”.
Il Mediocre: “Perché sì, non puoi capire, come tutti gli altri; il giorno che qualcuno mi dirà di aver capito diverrà mio assistente, ma nessuno capisce, tutti urlate, siete stupidi, mediocri e pieni di inutili ritmi.”.
Il bisturi scese a tagliare i vestiti dall’altezza del collo sino alla cintura. I primi rivoli di sangue cominciarono ad emergere. Lasciò sanguinare la lieve ferita appena prodotta e creò altre ferite lievi su tutto il corpo: prima sulle braccia, poi sulle gambe, sui genitali dei quali ne staccò un pezzo di pochi centimetri buttandolo con noncuranza in un cestino colmo di altre frattaglie umane; si occupò, poi, del viso camuffandolo in una maschera rossa dalla quale emergevano due occhi supplichevoli e agonizzanti di un dolore precedentemente sconosciuto e che mai la vittima avrebbe pensato di poter provare.
Eric lasciò il corpo in queste condizioni per circa 30 minuti: nudo, straziato da lievi ferite nessuna delle quali abbastanza profonda da provocare dissanguamento ma presenti pressoché ovunque. Poi gli si avvicinò e lo avvisò: “Infliggerò un colpo maggiormente incisivo ogni 5 minuti ma, ti avverto, non abbastanza profondo da procurarti la morte prima delle 6:00 e, bada bene, sono solo le 4:40. Trattasi di un’ora e venti minuti: in una sala da the questo tempo volerebbe, ma qui, credo te ne sarai accorto, non siamo in una sala da the ed ogni minuto avrà la lunghezza apparente di un’infinità. Ora: un’infinità è, per sua definizione, interminabile… pensa all’”interminabilità” di 280 infinità, se la tua mediocrità te lo consente!”.
Eric mantenne la promessa ma non del tutto: l’uomo morì dieci minuti prima delle 6:00 ridotto ad un macello di membra staccate con un’accetta, – divertente diversivo che Eric amava concedersi, ogni tanto – ferite più o meno profonde su tutto il restante corpo e dita mozzate sia dalle mani che dai piedi. Logicamente i colpi maggiormente duri li aveva inflitti per ultimi; ciononostante i suoi calcoli fallirono di 10 minuti. Di questo era ovviamente colpevole la vittima, non certo la sua Mediocrità da assassino-chirurgo-macellaio. Prese un piede già staccato precedentemente, – quale magnifica espressione di occhi urlanti allo spasimo aveva prodotto quella vivisezione dell’arto spezzatosi all’altezza della caviglia! – lo scarnificò e ridusse le ossa in polvere con l’ausilio di un attrezzo da falegnameria. Prese poi una delle sue sigarette, ne estrasse il tabacco aprendola longitudinalmente dopo averla inumidita con la lingua, versò la foglia essiccata e sbriciolata su una cartina, la mischiò con un pizzico di polvere ottenuta dall’osso dell’uomo nero appena martorizzato, accese e fumò rilassandosi completamente svuotando la mente da ogni pensiero, da ogni problema, da ogni memoria – “Ecco il tuo maestro, Eric” – “Mamma, è negro!” – “Lo perdoni, è solo un bambino!” – “Ti insegnerà il pianoforte” – “E’ straniero, lei?” – risate del maestro – “Sì – ancora risate – molto straniero.”.
FINE
LO STRANIERO (PARTE II)
Il rumore del motore della sua station wagon di cui nessuno conosceva l’esistenza se non la sua villa; ma sarebbe stato pronto ad uccidere anche lei se avesse parlato. Forse avrebbe dovuto cambiare sistema, ma l’avrebbe fatto!
Seguì il rumore dello spacchettamento delle sigarette, forti, straniere, ma non abbastanza.
Stasera voleva qualcosa in più straniero da fumare, non necessariamente più forte, ma più straniero sì. Rise di quel pensiero così tremendamente arguto e si mise alla ricerca. Doveva trovare qualcuno il cui battito cardiaco coincidesse col ritmo a 75 battute al minuto della musica che la ricerca automatica della radio aveva casualmente trovato. Un po’ odiosa quella canzonaccia… come l’aveva chiamati lo speaker?… Emerson, Lake and Palmer, forse... odiosa anche se sconosciuta quella musicaccia. Ma la casualità della scelta era necessaria nella sua logica programmatica e oramai la scelta era fatta: 75 battiti al minuto. Dopo pochi minuti lo riconobbe: era la sua vittima. Tra i pochi passanti delle 3:30 aveva notato qualcuno da 80 battiti, un altro era quasi perfetto se non fosse stato alterato da una fastidiosa aritmia cardiaca. Questo, invece, era perfetto: camminata, volto e perfino capelli da 75 battiti al minuto. Come avrebbe potuto sbagliarsi? Anche un bambino l’avrebbe notato, chiunque l’avesse incontrato avrebbe esclamato, o pensato, a seconda della sfacciataggine: “Questo è un uomo da 75 battiti!” e lui non era né un bambino né chiunque l’avesse incontrato, bensì “Eric il Mediocre”. Si fermò, insieme alla sua auto… o era al contrario?… Gli piaceva enormemente soffermarsi occasionalmente su speculazioni filosofiche come questa. Una settimana prima aveva quasi perso di vista una vittima da 105 battiti, specie peraltro rarissima, a causa dei suoi pensieri speculativi. Quella volta il ragionamento era: i numeri esisterebbero anche se l’uomo non li avesse creati per convenzione?
Sniffò la sua dose di polvere bianca, unica Eva Kant della sua vita, e scese dall’auto per andare a narcotizzare la sua vittima scelta da quel gruppo – come si chiamavano? – così odioso. La circospezione che lo contraddistingueva gli permise di agire in assenza di altri passanti. Il pensiero lo portò a quando, ancora inesperto, lo sorprese un elemento da 90 battiti sbucato fuori da un angolo buio mentre trasportava in auto la sua vittima, quella sera scelta da Musorgskij… ora che ci rifletteva, sembrava abbastanza simile all’odioso gruppo da 75 battute, come si chiamavano? Era inesperto, ma abbastanza Mediocre da inventarsi che si trattava di un suo amico un po’ beone e che lo avrebbe portato a casa, messo sotto una doccia fredda, etc. etc.
Il tizio da 75 battiti fece poca resistenza, come tutti del resto, e cadde in un sonno più profondo dei suoi pensieri prima ancora che questi ultimi cessassero. Trasportatolo in auto, lo adagiò con cura nel bagagliaio e si diresse al suo posto di guida. Prese il telefonino e si telefonò a casa iniziando una discussione breve ma pregnante tra due voci registrate: la sua, da casa e la sua, camuffata da un aggeggio apposito, dalla sua auto. La sua mediocrità gli permetteva di crearsi un alibi per puro scrupolo ma non d’intuire che sarebbe stato smascherato subito a seguito di eventuali sospetti che mai, comunque, avrebbero toccato l’avvocato Barker. Compiaciuto della sua geniale mediocrità, si avviò, a telefonata compiuta, verso la villa-bunker di sua proprietà. Inaccessibile per sicurezza, ridicola in maestosità, demenziale in sfarzosità, essenziale nello sconosciuto sotterraneo, teatro della sua Professione, conosciuto solo da lui e da chi oramai non può parlare più per raccontarlo.
Ora la scena si sposta proprio in questo teatro Grand-Guignolesco da fine ‘900. Freezer giganti da macellaio coprono la gran parte dell’enorme superficie quadrata e cubica, simile ad una piazza di media grandezza ove abbiano traslocato 30 o più macellai con i loro freezer. Sessanta ganci erano già stati utilizzati ed i corpi ormai privi di ritmo fanno bella mostra di sé a testimonianza della musica uccisa.
Il piccolo Eric è anche musicista – fa sentire agli zii – ai nonni – al signor magistrato – al collega – a papà – alla signora Gruber – quanto sei bravo – no papà ti prego – dai Eric non vorrai deluderci – guarda: ancora 10 anni e già esegue “Al chiaro di luna” – lacrime sul volto del piccolo musicista forzato – “Bravo!” – “Suonala ancora, Eric” – no, basta “Sì, certo papà” non vorrò mica deluderti “con piacere!” – “Bis!”.
I corpi sono appesi pressappoco all’altezza della 5^ o 6^ vertebra ed ognuno ha subito uno scempio diverso dall’altro. Per il resto sono perfettamente conservati.
(Continua…)
LO STRANIERO (parte I)
PRE-FAZIO-NE (PREmessa FAZIOsa NEfasta)
Questo racconto giaceva in un file impolverato e dimenticato.
Lo scrissi più o meno 15 anni fa, minuto più minuto meno, e francamente me n’ero quasi del tutto dimenticato.
La colpa della sua ricerca ed evidente successivo ritrovamento va senz’altro addebitata a RossoSangue ed ai suoi racconti che m’hanno ricordato l’esistenza di scritti che, forse, avevo ingiustamente relegato ai margini del mio conscio… ne ho trovati anche di immondi, ma questo non m’è sembrato poi tanto malaccio e considerando che l’ho letto quasi da “lettore” visto il tempo ormai trascorso da quando lo scrissi, mi sono voluto fidare del mio fazioso giudizio.
Doverosa precisazione: la storia è totalmente frutto di fantasia… infatti il sottoscritto non è affatto ricco come il suo protagonista, Eric!
Sono le 3 di notte.
E’ l’Ora.
La sveglia elettronica che suona lo fa meno intensamente di quella biologica la quale, occasionalmente, precede la collega straripante di cristalli liquidi.
Un minuto basta per il riepilogo mentale di Eric: ventiquattrore ufficialmente contenente documenti inerenti il suo ufficio, cellulare e batteria di riserva rigorosamente carica, pacchetto di sigarette sigillato, spazzolino da denti con dentifricio incorporato; doppiofondo contenente: un bisturi monouso sigillato, guanti assolutamente nuovi, boccettina di liquido narcotizzante, fazzoletto di cotone pulitissimo e profumato d’ammorbidente, bustina con cocaina.
Stanotte si sente meno motivato, forse perché la giornata precedente era stata molto faticosa, ma non può tirarsi indietro: è il suo Lavoro, quello che s’è scelto davvero, non come quello ufficiale, quello “socialmente utile”, “economicamente produttivo”, impostogli ancora prima di nascere e, forse, antecedentemente al suo stesso concepimento. Suo padre, canaglia da un milione di euro, avvocato di professione, il migliore della città – dello Stato intero – ma no, via, non mi adulate – no, no, è vero! – raccontagli del caso Smith, dai! – beh, sai, era colpevole, due omicidi… oggi è libero: 3 anni con la condizionale! – Eric, l’avvocatino, studia? – diverrà come il parde! – molto meglio, cara, molto meglio! – vero Eric? – Eric, sguardo incredulo da bimbo viziato di 8 anni, sorride mostrando il suo tema da 10 e lode, vanto da futuro avvocato, effetto di una maestra conformista e da scuola privata, ma Eric non può saperlo e si scoprirà Mediocre a 24 anni, un po’ tardi per cambiare il suo mondo. Ma poi, qual è la giusta per farlo? Oggi ha 45 anni, Mediocre come la società richiede, ricco più del signore che gestiva lo stesso studio da lui oggi pilotato, quel signore che definire padre è ancora d’obbligo davanti alla società. Oggi ha 45 anni e 60 omicidi all’attivo. Da quasi 2 mesi ha scelto la sua Professione, una sua Scelta. Non un hobby, bensì la sua Professione. Beh, la società non può capirla né accettarla, così resterà in segreto per sempre. Non si è scoperto assassino per caso, né per rabbia, bensì per Scelta; è la sua unica Scelta e la ama profondamente. Fidanzato spesso, sposato mai. Non esistono donne che potrebbero apprezzare la sua Professione notturna, così le lascia tutte non appena si accenna alla parola “matrimonio”. Eppure, da bravo Mediocre, sarebbe contento d’incontrare la sua Eva Kant, sposarla, logicamente in chiesa, col velo bianco, i confetti e la prima di altre 1000 notti già vissute ma fintamente esaltante. Purtroppo una Mediocre così vicina al suo concetto divino di donna non esiste e lui l’aveva già capito prima ancora d’iniziare la sua nuova Professione. Perché il Sangue identificava il Rosso e viceversa, ma non per glia altri, i quali potevano solo giocare con quello che lui considerava da sempre neanche un sinonimo ma un coincidere; perché quando graffiava a sangue le sue amanti esse non apprezzavano il sensuale gesto ed urlavano, non gemevano.
Inizia il film e da bravo regista Eric aveva voluto le stelle esattamente com’erano: lontane tra loro non più di qualche migliaio di anni luce e non più di qualche milione. Sì, tutto era perfetto, compresa la richiesta mezzaluna.
(Continua...)
Ottobre, 1996
Oggi non piove. D’altra parte Catania non è un luogo ove le piogge imperversano di frequente, neanche in ottobre, ma specialmente oggi la carenza d’acqua piovana assume un significato particolare per X perché deve iscriversi all’università, è l’ultimo giorno utile ed il traffico urbano non consente agili spostamenti, anzi a dire il vero non consente spostamenti. X deve nell’ordine:
1) Ritirare i moduli d’iscrizione
2) Compilare i suddetti moduli
3) Recarsi ad un ufficio postale per pagare le tasse universitarie
4) Consegnare moduli e ricevute alla segreteria.
Grazie al suo fedele motorino (uno Y d’altri tempi di cui va fiero come fosse una parte del suo cervello) riuscirà a sopperire alla sua cronica abitudine di operare decisioni radicali in una notte, inconsapevole che potrebbero cambiargli la vita. La sua filosofia è sempre stata, infatti, che la vita è, in modo pressoché totale, governata dal caso, dalla coincidenza, dall’avvenimento inaspettato, insomma da quello che lui si è sempre rifiutato di chiamare destino, e che quindi non vale la pena di riflettere troppo su alcune decisioni anziché altre perché proprio queste, considerate minori, potrebbero influenzare il decorso della propria vita in modo talmente consistente da prevaricare le cosiddette “decisioni importanti” partorite, allora, con tanta, inutile sofferenza. Questa è la versione ufficiale del suo pensiero, quella che è costretto a sciorinare quando la società, sotto forma di madre o di ragazza (e siamo a due: destino e fidanzata) gli chiede frequentemente logiche spiegazioni che X, a dire il vero, sconosce assolutamente. Nel suo intimo coltiva il dubbio sul fatto che esista qualcuno che consideri interiormente logico ciò che esternamente propina per tale, non perché tutti indossino la famosa maschera sociale, bensì perché tutti indossano la maschera subliminale. E’ quella che ti permette di “pensare” ciò che non pensi e di crederci fermamente, oltretutto. Per sua sfortuna X si è smascherato, anche se non del tutto. Accadde un giorno in cui, versando del denaro per beneficenza, si accorse di provare una sottile forma di piacere, non dissimile da quello provato quando ci si sfila le scarpe ancora troppo nuove indossate, proprio malgrado, per l’intera giornata; una sorta di liberazione, insomma, eppure ancor più piacevole. X si chiese subito cosa fosse ma la risposta giunse soltanto durante la notte, camuffata da sogno: si trovava a casa sua in compagnia di alcuni amici per una cenetta che avrebbe preceduto la partita di calcio valida per la finale della “Coppa Vattelapesca”. Come era solito fare in questi casi stava cucinando lui e dopo aver acceso la brace tiro’ fuori dal frigo due bambini senegalesi congelati i quali durante lo scongelamento iniziarono a piangere e ad urlargli “assassino”; X alquanto stranizzato da quella affermazione dichiarò con sommo candore che se fosse stato un assassino non avrebbe versato quella mattina stessa 100.000 lire per la loro causa e che ora stessero zitti, per cortesia, visto che lui ed i suoi amici avevano fame nonché fretta perché mancava poco all’inizio dell’importantissima partita.
Col più classico dei coltellacci da cucina iniziò a sezionare i corpi urlanti ma inermi come in un film splatter di serie Z, che X adorava in virtù del fascino che lo squallore esercita talvolta più dello splendore. La carne aveva circa sei anni, tenerissima quindi; infatti le braccette si staccarono senza alcuna fatica. X, assolutamente indifferente alle grida strazianti dei macellati espresse con la voce ma ancor più con gli occhi, i quali ululavano con maggior intensità di quanto la bocca riuscisse a fare, continuò a tagliare e pulire diligentemente il suo pasto ormai in fin di vita. Lo strazio delle vittime ebbe fine quando X spaccò i crani per estrarne il cervello, da bollire e gustare, poi, come prelibatezza. Le ultime, lancinanti, soffocate grida si udirono insieme al sordo rumore del coltello che iniziava a penetrare la sommità del capo nel quale brillavano due occhioni neri spalancati che continuavano a urlare anche se ormai spenti...
X si svegliò sudatissimo e, dopo qualche secondo di smarrimento, iniziò a sussurrarsi insistentemente: “Li ho comprati, li ho comprati, li ho ...” con un ansia nera che cresceva ad ogni ripetersi della frase. Quella notte non dormì più; al panico iniziale seguì la consapevolezza partorita dalle riflessioni profonde e dolorose che si impadronirono di lui per molte, lunghissime, ore. Difficile condensare un universo accolto in un cervello in modo pressoché intuitivo esprimendolo con parole inventate dall’uomo e che quindi inchiodano ad una logica ferrea che è proprio ciò che l’universo in questione distrugge.
Il lettore sappia, ed è quanto basta, che da quella notte infinita X non smise mai di ampliare quelle riflessioni a tutti gli argomenti che permeano la vita di un uomo. Nulla sfuggì più al severo controllo critico del suo logico universo “antilogicaumana” il quale distruggeva, sempre più in modo autonomo, tutte le presunte certezze che anche X aveva sempre considerato, anche inconsciamente, come concetti primitivi, stereotipi assiomatici e, quindi, indiscutibili.
L’Y di X scorre tra le automobili fendendo gli incastri in qualità di infinitesimo di ordine superiore sino a giungere alla segreteria universitaria all’interno della quale s’intravedono forchettoni, code e corna demoniache. X s’infiltra nella bolgia e chiede ad un dannato se bisognava arruolarsi anche per ritirare dei moduli. La risposta è un suono gutturale di diniego e un dito puntato sui moduli disposti a margine del plotone marciante da fermo. Ritirate le sudate carte X si avvia alla consegna di queste più altre più piccole e più preziose - carta, comunque carta - ad un altro sportello ove invece è necessario arruolarsi per espletare il proprio dovere. Così anche lui viene fornito di corna, forchettone e coda, la quale diminuisce pian piano; i primi due, invece, svaniscono dopo circa un’ora simultaneamente in simbiosi con la fuoriuscita della punta del piede di X dall’ufficio postale. Seguirà un ulteriore arruolamento per la consegna finale di cui al punto 4) nonché il successivo ritorno a casa - scatole su scatole su scatole su ....- dolce casa.
Ho ucciso il segretario e ho fatto anche bene. Un tipetto insulso che dal basso del suo alto “potere”, ordina, dirige, incute timore. Incuteva. Probabilmente molti altri sono morti per colpa sua. Molti altri, sì, ma non innocenti. Li ho visti come eseguivano i suoi ordini senza fiatare; li ho visti disporsi in rigorosa fila ad un solo gesto della sua mano; forse erano tutti suoi complici; sicuramente lo erano. E se non lo fossero stati, comunque non avevano il diritto di proclamarsi innocenti, sebbene sono certo che lo facessero durante la loro colpevole vita. Nessuno è innocente con formula piena. Chi può dichiararsi tale?
CHI PUO’ FARLO?
Che persona noiosa quel segretario. Noiosa per gli altri, ma, sono pronto a scommetterci, deleteria per se stesso. Credo proprio che si tratti del più classico dei frustrati da una vita piatta e conformante il quale, poveretto, non manca di tentare una effimera rivalsa nei momenti che considera di gloria: il suo lavoro.
D’altra parte ciò gli è ampiamente concesso dai ragazzi che usufruiscono della segreteria, i quali non hanno certo né voglia né motivo per maltrattarlo reagendo ai suoi unici momenti di vita.
X saluta i suoi familiari: Mamma, Nonno, Sorella.
X mangia il suo pranzo.
X fa un mucchio di altre cose uguali a quelle dei giorni passati, anche se camuffate da novità.
E’ sera - quando inizia la sera? E quando finisce per far posto alla notte? - ed X siede all’interno di una scatola metallica che sfreccia in modo innaturale ad una velocità folle anche per un ghepardo quale X non è.
Ha deliberatamente deciso circa due minuti prima di lasciar bruciare un rotolino di carta contenente foglie essiccate e sminuzzate e di favorirne la combustione aspirandone avidamente i quattromila veleni nascosti in una coltre di fumo grigiastra. Tutto legale, è lo stato che lo permette. Quindi X è tranquillo, non come quando fumava un’altra qualità di foglia esentasse e proibita. La combustione della sua dose legale è giunta all’incirca a metà del rotolino ed X sta appagandosi ebbro di nicotina e rumori ordinati fiondati da un paio di casse inconsapevoli di essere la fortuna di chi quei rumori li produce e non conosce X, il quale, invece, adora Eric che, in quel momento, non suona nulla mentre è, anch’egli a sua insaputa, ascoltato e vissuto in qualità di frammento di emozione, partecipe di uno stato d’animo inebriato anche da una dose nel contempo finita.
Minuscoli pezzi di tizzoni ardenti si staccano da un ex rotolino rotolante sull’asfalto prima d’essere definitivamente spento da un pezzo di gomma a forma circolare sorreggente con altri tre colleghi un’altra automobile distanziata da circa trecento biscrome, centottanta minime e duecento semiminime.
X ha appena perso la morte mancando l’appuntamento perché era uscito da casa dieci minuti prima (doveva rifornire l’automobile di carburante, ma per l’operazione aveva perso solo tre minuti) fallendo l’opportunità di scontrarsi con un’auto proveniente contromano uccidendo un uomo “staccato” da X di ben due canzoni.
Immagine false scorrono, spacciate per vere, tra i neuroni di X che con la complicità di una incongruenza spazio-temporale, rivive avvenimenti che oramai sono solo energia abbandonata nei luoghi ave si sono svolti. Oggi X ha amato, finto di amare, odiato, ucciso involontariamente un suo simile al quale ha dato lo spunto per suicidarsi non salutandolo volontariamente; ha estratto mille lire dal portafogli per passarle dalla sua mano a una più scura ma, fondamentalmente, uguale alla sua
Le immagini di X sono ora in stasi mistica e una sola di esse occupa il suo interesse, molto più dell’asfalto sottostante; il seno della sua ragazza è in cinemascope nella sua mente e si sta chiedendo senza risposta perché gli provochi sempre un’erezione; lo ha sempre considerato ovvio, ma perché dovrebbe esserlo? Perché sfiorare la pelle che ricopre una ghiandola lo eccita sessualmente?
Dopo aver preferito abbandonare l’idea di capire cosa ci sia di eccitante nelle mammelle, X si accinge ad aprire la saracinesca del suo garage nel quale trova, come spesso era già accaduto, sua nonna morta pochi giorni prima; risale sulla vettura e la travolge con noncuranza. Adesso ogni secondo è moltiplicato per mille dalla sua angoscia provocata dal pensiero che potrebbero esserci dei ladri, peraltro armati, nascosti nel buio. Nel chiudere la saracinesca rischia un infarto perché il rumore di un topo si era travestito da rumore di ladro alle sue spalle. Mentre il topo, fiero del risultato, torna nella tana, X si accinge a tornare nella sua.
Lungo il corridoio raddrizza un paio di quadri rigorosamente appesi alla rovescia e raggiunge la sua stanza ove trova suo padre disteso sul letto; sta fumando una sigaretta con gli occhi chiusi. X gli rammenta dolcemente che non dovrebbe fumare più perché è cosi che si è causato il terzo infarto fatale un paio di mesi prima. Suo padre apre le palpebre e lo fissa con le orbite vuote dalle quali fuoriesce il fumo e, dopo un lapidario “Scusa”, svanisce nel nulla lasciando il figlio fumante un rotolino appena acceso.
Convinto dal persuasivo acido lattico nei muscoli, decide di dormire evitando la doccia calda, surrogato, normalmente, del Valium. Si immerge in sogni che non ricorderà ma che lo faranno sudare copiosamente.
X si trova ad una festa e la sua ragazza viene disturbata dagli scherzi di beta, fraterno amico di entrambi. Lui sorride, ma vorrebbe intervenire per difendere alfa, cosa che non fa per evitare di rendersi ridicolo agli occhi di tutti, di lei compresa. Così, mentre tituba, beta esagera e comincia ad inondarla di Coca-Cola versandola dalla bottiglia sulla testa della ragazza che scappa piangendo mentre beta la insegue tenendo costantemente la bottiglia sul suo capo. X allora si tuffa frapponendosi tra l’amico e alfa piangente e viene inondato anche lui dalla bottiglia che non si svuota mai. Adesso è certo di voler intervenire ma invece resta fermo a farsi bagnare e ride senza capire cosa lo blocchi e stia falsando il suo comportamento che non ubbidisce al comando del suo cervello di attaccare l’amico che, intanto, si è tramutato in suo padre, così come alfa dietro di lui è diventata sua nonna. Entrambi cadono pesantemente al suolo e tutti gli amici presenti si dispongono in fila indiana; ridendo come matti porgono le loro condoglianze e appena lo fanno stramazzano al suolo morendo con la schiuma alla bocca, schiuma di Coca-Cola.
X è immobile mentre avviene tutto e la casa, morto l’ultimo amico, inizia ad urlargli. “Assassino, assassino, assassino....”. In preda al panico si sblocca, corre verso la finestra e, spaccando i vetri in tuffo, inizia a cadere giù dal settimo piano; ma sotto non lo attende il suolo bensì una bara a tre posti illuminata all’interno; lui è al centro, alla destra e alla sinistra vi sono suo padre e sua nonna in putrefazione che gli sussurrano nelle orecchie: “Benvenuto, è questo quello che c’è dopo, benvenuto è questo quello che c’è dopo...” ininterrottamente mentre lui urla e si dibatte stretto tra i cadaveri e il coperchio.
Dopo qualche secondo inizia un nuovo sogno che cancella dalla memoria il precedente: X ha appena vinto sette miliardi alla lotteria e dal televisore dal quale ha appreso la notizia iniziano a fuoriuscire banconote; tutti, Pippo Baudo compreso, lo applaudono e gli gridano: “Bravo, bravo...”; nel contempo lui pensa che la sua vita è cambiata e fa mille progetti al secondo; al decimillesimo si sveglia e, frastornato dal sonno, esclama a bassa voce: “Peccato che i sogni non siano realtà!” e si riaddormenta quasi subito.
Adesso X si trova su un elicottero della Marina Militare Italiana, indossa la divisa, la scarpa destra al piede sinistro e la scarpa col tacco di alfa all’altro piede. Attorno a lui solo ufficiali che lo fissano e ridono con le lacrime agli occhi perché X sta mangiandosi i capelli lunghi a morsi causandogli un vomito a getto d’idrante che colpisce la nuca del pilota staccandogli di netto la testa. Il pesante miscuglio di soldi e metallo che un attimo prima sfidava la forza di gravità ora non la sfida più e X, che ha smesso di vomitare, si affanna, in preda all’ansia, a spiegare ai superiori che non vomitava perché soffre il mal d’aria; intanto la testa del pilota, dopo essere rotolato per mille metri di caduta libera, si è fermata, bloccandosi volontariamente uscendo la lingua, proprio dinanzi alla scarpa col tacco e, fissandola allibito, urla che non avrebbe dovuto rubargliela perché così si ritrovava la salma con un piede scalzo. Tutti gli ufficiali additano ridendo X che fissa la testa del pilota che urla in continuazione: “Esoneratooo, esoneratooo, esoneratooo...” per poi addentargli il piede indossante la scarpa col tacco. X inizia ad urlare quando vede il suo sangue fuoriuscire dalla gola della testa mozzata che aveva ingerito le dita del suo piede le quali fuoriescono poco dopo trasformate in bolo. Gli ufficiali urlano anche loro ma intonando un coro di voci bianche, cantando il quale iniziano a violentare a turno il corpo del pilota. Intanto l’elicottero, che avrebbe già dovuto schiantarsi, aveva evitato la Terra intera e, aggirandola, continua a precipitare attratto da un’imprecisata forza di gravità extraterrestre...
E’ mattina; X odia le mattine e, quindi, decide di ucciderla affrontandola a muso duro. Non ci riuscirà e, alle sette e quindici, salirà su una scatola metallica che sfreccia in modo innaturale....
ANGOSCIA
1.
Quando frequentavo ancora le medie superiori ero sicuro: la mia vita non avrebbe mai incrociato quella di una ragazza per più di un mese, due sarebbero già stati un record pericoloso per la mia dissestata vita da scapolo; avevo 15 anni. Ho 20 anni: da 3 non si è più sciolto l’intreccio tra la mia vita e quella della mia ex-futura moglie: Mary. Può esistere l’amicizia tra uomo e donna senza degenerare in voglia sessuale da una o entrambe le parti? Forse… ma scoprimmo che in me ed in lei la risposta era NO. Oh, d’esserci c’è stata l’amicizia! Un anno è durata, ma era Amore soppresso e una sera pensammo entrambi che il trovarci avvinghiati a baciarci appassionatamente non era esattamente quello che suole definirsi “amicizia”. Da allora è stato tutto un susseguirsi di progetti che legavano indissolubilmente le nostre vite. Ma l’Amicizia era rimasta e questo distruggeva un altro corollario del profondo pensiero filosofico pre-Mary: mai può esistere un Amore che conviva realmente con l’Amicizia.
Sembra tutto un bel sogno? Tutto troppo perfetto per essere vero? In effetti il classico bastone tra le ruote esisteva: i genitori di Mary. “Non si può uscire il sabato sera”, “Non si può uscire più volte nell’arco di una settimana” erano gli unici “comandamenti fissi”. Gli altri variavano e si contraddicevano giorno dopo giorno, il tutto, chiaramente, a favore del dogma “Si fa come diciamo noi”. A volte non ci si vedeva per settimane (se non all’uscita ed all’entrata delle lezioni scolastiche), a volte, invece, si usciva più volte durante la stessa settimana e concedevano che Mary venisse a pranzo a casa mia. Io a casa loro non ho mai pranzato: “Non è ancora un fidanzamento ufficiale”, si scusavano. Però in estate io pranzavo ogni giorno a mare con loro, allo stabilimento balneare dove avevano affittato una cabina. Così scoprii un altro dogma: “La gente non deve avere motivo di pensare male”. Dopo i primi tentativi di ragionamento sui loro dogmi, a volte esternati anche a loro stessi, ho compreso ciò che dopo parecchi anni di catechismo cattolico non ero mai riuscito a capire: il significato esatto della parola “dogma”. Un dogma è intoccabile, non è soggetto a discussioni, seppure colme di raziocinio… insomma, lo si deve solo accettare così com’è.
Come si può notare, gli estremi per troncare la mia storia con Mary c’erano tutti, ma l’Amore ha tenuto in vita il rapporto. Anzi, paradossalmente, la situazione ha intensificato i nostri sentimenti, facendoci gioire maggiormente dei piccoli momenti che trascorrevamo insieme e che spolpavamo fino all’osso, facendoci aumentare a dismisura il desiderio dell’uno verso l’altra, soprattutto durante le nostre chilometriche telefonate.
Così il nostro Amore andò avanti tra una battaglia e l’altra, tutte atte, naturalmente, ad ottenere permessi sempre più importanti. Tra questi vi era quello di trascorrere insieme tra amici quella fatidica notte di Ferragosto; da allora ho imparato qualcos’altro: mai gioire troppo di qualcosa che mai avresti immaginato potesse accadere…
Io e Mary trascorremmo quel giorno come tutti gli altri giorni estivi: al mare con i suoi genitori. La temperatura altissima e il forte tasso d’umidità rendevano quel pomeriggio ancor più fastidioso del compito che mi attendeva: dovevo, durante o dopo pranzo, chiedere il permesso di andare con Mary ed i nostri amici a fare l’alba ai Faraglioni di Aci Trezza… e conoscevo già la risposta. Così quel pranzo fu vissuto con una tensione esasperante e gli sguardi preoccupati tra me e Mary si sprecavano. Il mio discorso saltò fuori durante la classica sigaretta di fine pranzo, quasi volessi nascondere la mia paura (sì, li temevo, ormai) e la mia ira (mi facevano incazzare, contestualmente!) dentro al fumo che, grazie all’assoluta mancanza di vento, ci sommergeva come fosse un’insolita nebbia d’agosto.
- Signora - dissi rivolto a sua madre - lei non pensa che ogni tanto io e Mary gradiremmo sentirci leggermente più simili agli altri ragazzi della nostra età?
La risposta di sua madre mi scioccò del tutto e mi sentii davvero spiazzato:
- E’ una premessa alla richiesta del permesso per andare stanotte ai Faraglioni coi vostri amici?
- M-ma l-lei come faceva a sap… - fu tutto ciò che riuscii a balbettare. Ma lei continuò:
- Domani, però, non tornate a casa mia in mattinata che la gente che può pensare?… Piuttosto venite direttamente a mare, qui intendo dire, che poi festeggiamo il Ferragosto insieme.
Tutt’ora non riesco ad esprimere la gioia di quel momento. Ricordo soltanto lo splendido sorriso che trovai dipinto sul volto di Mary… un sorriso che più volte ebbi modo di rimpiangere.
Dimenticavo: il mio nome è Karl.
2.
Raggiungemmo il sospirato luogo di presunto divertimento con la mia nuova utilitaria: ben poca cosa, in effetti, ma per me era come un Porche e come tale la trattavo. E’ chiaro, dunque, quanto bene iniziò la serata a causa di un violento tamponamento cagionato da un miope da competizione il quale, persa una lente corneale, pensò bene di collaudare il suo air-bag sfruttando l’occasione propizia di trovarsi la mia macchina dinanzi. Un presagio, forse? Purtroppo, non avevo mai creduto a queste cose, SINO AD ALLORA.
Dopo il rituale scambio di nominativi col tamponatore, raggiungemmo il luogo dell’appuntamento. Mary, quella sera, indossò il suo costume nuovo: era più bella che mai. Io la vedevo più sfolgorante del falò che ci illuminava e riscaldava. Fisicamente è l’ideale di donna che ho sempre sognato: leggermente più alta della media, curve tante ed al posto giusto, capelli ed occhi castani ed un viso d’una bellezza dolce ed insieme selvaggia… insomma, gelosia a parte, una gran bella ragazza di cui andare fieri, costatata anche la vivace intelligenza che possiede. Un discorso con lei non deludeva mai: era un concentrato d’inconsueta saggezza e stuzzichevole ironia. Un’ora d’amore con lei deludeva ancora meno: fantasiosa, ricercata e, soprattutto, molto calda… avvolgente.
Ebbi modo di fare il pieno di queste sue doti anche quella sera, pieno che non pensai nemmeno minimamente a quanto mi sarebbe servito, dopo….
Così la mezzanotte arrivò camuffata di dolcezza e felicità; non avevo nessuna intenzione di fare il tipico bagno della notte di Ferragosto… ero già immerso in un mare ben più soave: quello dell’Amore per Mary. Fu soprattutto lei ad insistere - porta sfortuna non farlo – e cedetti. L’acqua era incredibilmente calda ed immediatamente cominciarono i soliti giochi e lazzi da bagno. E’ incredibile come a volte il proprio destino sia legato ai momenti considerati come meno importanti nel corso della propria vita. Fai progetti che pensi ti programmino la vita e questa cambia diametralmente tra un’attuazione e l’altra dei progetti, non durante, ma in un lasso di tempo che neanche avevi considerato. Fu il mio caso. Tra un gioco e l’altro ci fu una gara tra amici - vediamo chi arriva per primo ai Faraglioni - alla quale partecipai con piacere: mi sono sempre vantato, e a ragione, di essere un veloce nuotatore. Prima della partenza lanciai un’occhiata furtiva verso Mary, la quale si strinse nelle spalle: aspetterò, sembrava dire, ma non immaginava quanto.
Partimmo e, dopo aver percorso metà tragitto, circa 300 metri, avevo già staccato tutti di almeno 50 metri. Fu proprio nel momento in cui feci questa considerazione che il terrore diventò un tutt’uno con me: davanti a me non c’erano più i Faraglioni, bensì acqua. Dietro me il panorama era lo stesso: solo acqua. Ma respiravo. Da un istante all’altro, e senza rendermene conto, ero finito sott’acqua ma, incredibilmente, respiravo. Prima tentando di mantenere la calma, poi con foga, infine in preda all’angoscia, tentai di riemergere. Era tutto inutile. Urlai e non mi udii. Ciononostante riuscivo a respirare. Udii soltanto un boato che sembrava provenire da lontano; contemporaneamente, un bagliore fortissimo si spanse intorno a me, a tal punto che dovetti chiudere gli occhi per un paio di secondi. Non avevo né freddo né caldo né altre sensazioni che non fossero paura. Ero convinto che sarei morto, chissà per quale causa, ma sarei morto. Pensai questo mantenendo gli occhi chiusi e continuando ad udire quel boato. Mi immaginai inghiottito da qualche orribile mostro che da lì a poco sarebbe arrivato tanto misteriosamente quanto la mia immersione con permesso di respirare. Il rumore cessò improvvisamente d’esistere ed io rimasi ad occhi chiusi. Quale visione mi aspettava? Un mostro, sicuramente. O forse no. Indubbiamente, la causa della mia morte. Ma cosa? Curiosità e paura si fusero in me e non sapevo se guardare la causa della mia morte oppure accettarla ad occhi chiusi… perché di morire sarei morto, di questo ne ero sempre più sicuro.
Volli sapere di cosa sarei morto: aprii gli occhi di colpo. Dinanzi a me, i Faraglioni. Oddio quanto erano belli! Non me ne ero mai accorto in precedenza, ma erano davvero belli, così grandi ed irregolari, così REALI. Mary! Dove era finita?! E gli amici?! A riva non c’era nessuno. Quanto tempo ero rimasto lì sotto? Eppure il mio Swatch segnava mezzanotte e due minuti. Uno scherzo! Quei bastardi mi hanno fatto uno scherzo! Pensai al tipo di allucinogeno che dovevano aver utilizzato a tale scopo, nel contempo nuotavo lentamente verso riva. LSD. Sicuramente era dell’acido. Ma quando avevo ricevuto la somministrazione della potente droga…? Marco!! Maledetto figlio di puttana!! Marco detto “farmacia”. Gli avevo chiesto una pillola contro il raffreddore che quella sera sentivo di stare per beccarmi e lui, dopo qualche minuto, mi diede, sì, una pillola, ma di LSD, cazzo!! Ma lo avrei preso, appena arrivato, oh, se l’avrei preso, e allora… e allora a riva non c’è nessuno! A questo punto mi sentii proprio preso per il culo. Anche Mary ci si era messa!! Ora basta. E lo urlai, anche. BAAAASTAAAA! Allo stremo delle forze, svenni.
3.
Quando guardai nuovamente il mio orologio erano le 11:30 del mattino. Porca puttana, mi hanno lasciato qua! In preda a questo pensiero mi lanciai verso la mia vettura, che non c’era, come non c’erano i miei vestiti, né nessun tipo di essere vivente. L’angoscia è uno strano moto dell’animo: il cervello l’aziona in circostanze in cui vorremmo capirne il motivo, in momenti di apparente serenità e NORMALITA’; viceversa può accadere che il nostro sub-conscio, pur di rifiutare l’evidenza di trovarsi dinanzi a qualcosa di totalmente anormale, eviti d’innescare il naturale meccanismo d’angoscia annesso alla paura dell’anormalità che si tenta, a nostra insaputa, di non accettare. In sostanza: per quale cazzo di motivo tentavo ancora di trovare una spiegazione normale e razionale a ciò che mi stava accadendo? Tuttavia iniziai a piangere solo dopo 3 ore di ricerca d’un mio simile. Chiunque. Mi sarebbe bastato incontrare chiunque e chiedergli: “Che cazzo succede? Dove sono gli altri, tutti gli altri, tutti i nostri fottuti simili, DOVE?”. E invece no! Tutti i luoghi erano lì dove dovevano essere: le piazze, le vie, le stazioni balneari, i viali, CASA MIA! Ero arrivato a casa mia, dopo appena 5 ore di “rilassante” passeggiata! Pigiai col dito tremante il tasto relativo al cognome King…. nessuno. A casa mia non c’era nessuno. Chissà perché, poi, speravo in questa soluzione? Non c’era nessuno in tutta la città, perché avrebbero dovuto esserci i miei? Eppure ci speravo, maledizione! Ci speravo tanto irrazionalmente quanto razionale era la mia consapevolezza di stare per impazzire. Urlai. Ascoltai le mie urla. Poi ascoltai il mio respiro affannato; ancora il mio pianto. Ascoltavo il tutto come proveniente da altrove, seduto sul marciapiede, in costume da bagno, nella via dove ABITAVO. Mentre mi ascoltavo, il cervello mi martellava: “DOVE SEI, KARL, DOVE SEI, DOVE SEI, DOVE….!”.
Guardai l’orologio: le 17:35. A quest’ora il tabaccaio vicino casa mia sarà sicuramente aperto. Scoppiai in una sorda risata isterica e, sempre ridendo, mi alzai da terra e mi diressi veramente verso il rivenditore di tabacchi. Lo trovai logicamente chiuso. Logicamente perché, poi? Non potevano essere spariti tutti quando i negozi erano aperti? Ma no, che stupido, era così LOGICO! Tutto era successo a mezzanotte. Tutti sono andati al diavolo a mezzanotte e tutto è rimasto come era in quel momento, tutto tranne tutti. Ascoltai un’altra risata isterica e stavolta mi feci paura. Era proprio la risata di un pazzo: io. O meglio: una parte di me. L’altra gli stava urlando di calmarsi, di sforzarsi di combattere l’incredibile realtà con la razionalità. Dopo un po’, vinse la seconda. Forse temporaneamente, ma intanto mi ritrovai lucido e con una intensa voglia di fumare. Cercai qualcosa con la quale forzare la saracinesca del tabaccaio e trovai ciò che credetti potesse farmi giungere allo scopo: un carrello del supermercato lì vicino. Era stato lasciato fuori, per strada, come spesso capitava quando degli incivili, trasportando le buste della spesa alle loro vetture con l’ausilio del carrello, lo abbandonavano all’esterno del negozio. Eppure, cosa avrei fatto in quel momento pur d’incontrarne uno di quegli incivili! Anche un maniaco con tendenze omosessuali mi sarebbe andato bene, pur d’incontrare un altro ESSERE UMANO, un’altra entità pensante e/o parlante, un altro, una fottuta altra persona che rompesse quell’irreale, eppure tanto tangibile, SILENZIO:
Intanto mi ero ricavato dal carrello una sorta di spranga con la quale tentare l’apertura forzata del negozio di tabacchi. Dopo non poca fatica, potevo disporre di tutte le sigarette che desideravo. Fumai una Davidoff e svuotai la mente dai pensieri inerenti il presente, I ricordi s’insidiarono nel mio cervello. La coltre di fumo nella quale ERO immerso mi ricordò quella nella quale ERAVAMO immersi il giorno prima (appena il giorno prima!) con la famiglia di Lei durante quello che io pensavo fosse un momento angosciante. Come bramavo quei momenti intrisi di tensione nei quali temevo il confronto con i genitori di Mary - MARY AMORE MIO DOVE SEI, DOVE SONO? - e con i loro dogmi. Ora il mio concetto d’angoscia era un tantino cambiato. Solo, ero SOLO. Nella mia città ma SOLO. Senza Amore, senza Amici, senza Nemici, SENZA ESTRANEI. Incredibilmente, era proprio questo ad angustiarmi maggiormente: l’assenza intorno a me del “fastidioso”, ora tanto desiderato, brulicare di estranei.
Il mio pensiero tornò a Mary. Meccanicamente, irrazionalmente, avevo preso, “rubato” - A CHI, MALEDIZIONE, A CHI? - una scheda telefonica magnetica. In preda a risolini isterici, mi diressi verso una cabina telefonica - DOVRO’ AFFRONTARE UNA FILA LUNGA PER TELEFONARE? - con passi veloci - MARY SARA’ IN PENSIERO A QUEST’ORA, SPERIAMO CHE IL SUO TELEFONO SIA LIBERO - col corpo tremante. Afferrai la cornetta, utilizzai la scheda, composi il numero e aspettai. Primo squillo di telefono - MENO MALE, E’ LIBERO - secondo squillo - STO IMPAZZENDO, E’ INNEGABILE, NON MI SALVERO’ - terzo squillo - CHI CAZZO VUOI CHE TI RISPONDA, NON C’E’ NESSUNO, KARL, NESSUNO - voce femminile che risponde:
- Pronto?
In preda alla felicità più pazza e ad un’emozione folle gridai:
- MARY, SONO KARL, SONO IO, KARL, MA DOVE SEI FINITA, DOVE SONO TUTTI?
Dall’altro lato della cornetta udii un urlo innaturale, colmo di paura e sgomento, seguito da un inspiegabile “click”. Rimasi di sasso. Cos’era successo? Mi guardai attorno: nessuno. Non capivo più se fosse maggiormente strana la presenza telefonica di Mary o l’assenza di tutti. Ripresomi (in parte) dallo shock, ricomposi il suo numero di telefono. Stavolta rispose subito ed al suo “Ma chi sei, cosa…” la interruppi urlando più di prima:
- SONO KARL, CAZZO, CHE SUCCEDE, SIETE SPARITI TUTTI IERI, NON C’E’ PIU’ NESSUNO A CATANIA, DOVE SIETE, DOVE SONO IO?
La sua risposta fu un nuovo urlo, ma fu decisamente più lancinante. Poi, in preda ai singhiozzi, udii:
- Tu, tu… Karl è morto… tu sei morto… il tuo corpo… sei annegato… abbiamo tentato di… ma… quel fottuto scherzo di Marco… io non sapevo… davvero… lo ha confessato alla Polizia… l’LSD… oh mio Dio, mio DIO, con chi sto parlando? Karl è morto… tu chi sei?… chi sei?…
Tutto ciò che riuscii a rispondere fu:
- Addio, mio unico Amore. Ti amo e ti amerò per sempre.
E riattaccai.
Immediatamente ricomposi il numero, senza nemmeno sapere il perché, ma stavolta non rispose nessuno. Avevo parlato con Mary dalla dimesione in cui mi trovo a quella in cui ho vissuto per 20 anni. Me l’ero sempre chiesto, ora lo sapevo. Dopo la morte, almeno per me, c’era questo. Tutto questo. La consapevolezza d’esserci, ma da SOLO, con la beffa di vedere intorno a me i luoghi colmi di ricordi e desideri irreprimibili della mia vita passata e, soprattutto, senza una possibilità, senza una speranza, senza la POSSIBILITA’ DI MORIRE per dare fine a questo INFERNO.
LA GRANDE ILLUSIONE
11 luglio 1995, ore 23:30.
Morris doveva fare la sua quotidiana preghiera notturna. Da 20 anni la recitava a quell’ora. Così s’inginocchiò dinanzi ai suoi creatori e li pregò di restituirgli le sue illusioni che da sempre avevano dato uno scopo alla sua vita. Un significato che non esiste se non nel senso insito della vita fine a se stessa.
- Vi prego, vi supplico… se siete riusciti a crearci, potete anche cancellare dalla mia memoria tutto ciò che ora conosco! Vi prego, voglio vivere nel conforto delle illusioni che da sempre hanno dato un significato all’insensato mondo in cui vivo… vi prego….
Ora si trovavano 25000 metri sopra il luogo in cui lo avevano prelevato 5 giorni prima…. 5 giorni prima, soltanto 5 giorni… eppure sembravano secoli, ormai, da quando Morris aveva ricevuto il dono che tutti desiderano, almeno finchè non lo ricevono: conoscere il senso della vita e della morte, sapere cosa c’è DOPO, ma anche cosa c’è PRIMA, guardare Dio dritto negli occhi e potergli chiedere TUTTO, ma proprio tutto ciò che si desidera con la certezza di ottenere le risposte, con la sicurezza che ogni minimo margine di dubbio verrà annullato e che da quel momento in poi non avrà senso alcuno porsi domande esistenziali, chiedersi perché esistiamo e se tutto questo abbia un senso che vada oltre allo stesso senso di esistere: mangiare, dormire, riprodursi in un ciclo che CERCA un significato esterno a se stesso, che cerca un PERCHE’ da sempre, da quando l’Uomo disegnava il suo Dio nelle grotte ipotizzando un PERCHE’, dal filosofare incerto alle presunte certezze dell’evoluzione del pensiero dell’Uomo, un Uomo che, in realtà, ha la sola certezza di non avere certezze e proprio per questo le cerca con maggiore forza, una forza istintiva, un istinto di sopravvivenza, una sopravvivenza della speranza di non dover accettare la MORTE, arrivando anche ad accettare ciò che con la “certezza” è in perfetta antitesi per sua stessa definizione: la FEDE.
Morris, ora, era lì: guardava negli occhi il suo Dio, uno di essi, per l’esattezza, ma le domande si erano tutte fuse in una sola, implorante richiesta, una sola volontà da poter esaudire… l’unica che Essi non potessero esaudire.
- Non possiamo. Non sappiamo rimuovere parti di memoria. Potremmo cancellarti tutte le memorie, ma regrediresti ad uno stato neonatale.
- Ma non temete che io racconti tutto al mondo intero? Il vostro esperimento sarebbe sconvolto del tutto! Il mondo intero impazzirebbe come ora rischio d’impazzire io…
- Non penserai mica che ti credano, vero? Saresti rinchiuso in uno di quei terribili mostri da voi creati e definiti “manicomi”. Non saresti mica il primo, sai? Quei posti sono pieni di persone che, poiché sfuggono alla vostra capacità di comprensione, vengono semplicemente definiti “pazzi”… li togliete dinanzi ai vostri occhi, ma ci stiamo ancora chiedendo come facciate a levarli dalla vostra coscienza. Ti riporteremo nel luogo esatto e nel momento esatto in cui ti prelevammo. Per te saranno trascorsi 5 giorni terrestri, per i tuoi conoscenti, neanche un decimo di secondo terrestre. La tua storia sarebbe screditata anche dall’incongruenza spazio-temporale, oltre che dal bisogno che voi terrestri avete di vivere quella che noi definiamo “La grande Illusione”. No, nessuno accetterà la tua storia. Sappiamo che qualcuno di voi ha formulato la cosiddetta “ipotesi extraterrestre”, ma trattasi di geni derisi, ai quali nessuno vuole credere perché l’ipotesi di una vita dopo la vostra definitiva morte è troppo comoda per rinunciarvici. Ti converrà stare zitto e tentare di goderti quello che la tua unica vita ti offrirà, anche se siete riusciti a rendere invivibile un mondo che vi avevamo regalato perfetto.
- Ma come si può vivere nell’attesa del nulla eterno? Come farò? Come potrò?
- Tu ora esisti. La tua non-esistenza non sarà una costante constatazione del Nulla, bensì “Il Nulla”. Sappiamo che ancora non avete acquisito la maturazione cerebrale per comprendere il Nulla, ma potresti almeno tentare d’accettarlo come dogma; d’altronde, le vostre religioni ne sono piene, ma la loro comodità ve li fa accettare di buon grado, o mi sbaglio? “Dogma della fede”, dogma di qua e dogma di là: li hai accettati per 20 anni terrestri. Ora accetta il “Dogma del Nulla”, visto che comprenderlo non è nelle vostre attuali capacità mentali.
- Morris, svegliati c’è Barbara al telefono!
- Cosa… cosa c’entra … Barbara col… col Nulla…?
- Morris, cazzo dici? Hai fatto un incubo? C’è Barbara al telefono, ti ripeto!
Era la voce di suo fratello Stefano: 30 anni di rozzezza. Aprì gli occhi, scattò seduto sul letto, guardò l’orologio sul comodino: 10:30, 7 luglio 2004. Un sogno? Un sogno!
- Barbara, amore mio, ciao… sì…. va bene…. no, no, per me va bene…. fra mezz’ora da te allora. Ti amo, ciao.
Lo aspettava una giornata di mare. Il miglior modo per festeggiare la fine di un incubo così maledettamente reale. Andò in bagno, si guardò allo specchio per qualche secondo, abbastanza comunque per realizzare ed urlare di orrore.
La barba… l’aveva rasata il giorno prima, ma ora… ora era lunga ad occhio e croce di una settimana. Poi riflettendosi, riflettè: non di una settimana, ma di 5 giorni e 11 ore, queste ultime trascorse dormendo dall’istante nel quale era rientrato dall’involontaria gita spaziale, ovverosia lo stesso istante terrestre in cui era iniziata! Pian piano riaffiorava tutto, ora! Era tutto vero!
- Morris, vuoi muovere il culo da lì dentro? Porca puttana, dobbiamo entrarci ancora tutti e fra mezz’ora inizia la messa…
- Era tutto vero… - continuava a sussurrarsi, con lo sguardo perso nel riflesso dei suoi occhi nello specchio.
- Allora, esci o no, Morris, dobbiamo andare in chiesa, sta per iniziare la messa, ormai, e noi ancora…
- …. Non me ne fotte niente del vostro Dio, papà, capito? NIENTE!!!
Seguì un silenzio di stupore esterrefatto che lo avvolse finchè uscì per andare da Barbara. Lei era la cosa migliore che gli fosse mai capitata: il loro era il tipico rapporto invidiato dal 99 % delle presunte e dichiarate “coppie felici”. Quelle infelici non sapevano neanche invidiarli.
- Lei capirà - No, nessuno accetterà la tua storia -perché mi ama e il nostro Amore è più forte di ogni realtà - “la vostra ipotesi di una vita dopo la morte… - e anche se molto dura - …è troppo comoda… - la accetteremo insieme - …per rinunciarvici.” - e vivremo nella sola gioia di amarci….
Morris, adesso, è creduto e venerato.
La sua storia ha creato una vera e propria setta religiosa, all’interno dell’ospedale psichiatrico di Rovigo.
Monologo da dialogo tra due donne sedute ad un tavolino del bar Spinella di Catania mangiando due granite, una di mandorla macchiata caffè con panna, l’altra di pesca con panna, ciascuna di esse (le granite, non le donne) accompagnate da una brioche calda…..
Una volta sono capitata con un tipo, un vicentino, il quale era un amante della buona cucina, in particolare del baccalà alla vicentina… non era solo una predilezione culinaria, la sua, era più… un vero e proprio Amore… pensa che lì, a Vicenza, hanno una sorta di setta che si chiama Confraternita del Baccalà alla Vicentina… questi vanno in giro con degli abiti pseudo-talari… no, non scherzo, è inutile che ridi, sai? Per loro è proprio seria ‘sta faccenda del Baccalà: questi vanno nei locali a “pontificare” sulla bontà del piatto e solo i più meritevoli potranno fregiarsi del titolo di ristorante approvato dalla Confraternita! Un po’ come la Guida Veronelli o quella di Slow Food e Gambero Rosso, insomma! Bene, questo tipo era un loro adepto, o almeno così credo d’aver capito… carino lo era e anche tanto, sai?… e infatti ci sono finita a letto alla prima sera… e non guardarmi così, lo so che tu alla prima sera non lo faresti nemmeno con George Clooney, ma lui ci andava molto vicino, sai?, e vorrei proprio vedere perfino te col tuo George accanto, altro che prima o trentesima sera! La serata era iniziata in uno di quei locali “approvati”, per così dire, e lì mi sono fatta quel po’ di cultura in merito che t’ho illustrato prima… tutto buono, eh, non c’è che dire, ma per lui non era soltanto “buon cibo”, si vedeva che era qualcosa di….”sacro”, incluso l’accostamento al giusto vino, veneto, “ghe mancheria”, ci mancherebbe, ottimo anche quello, per carità, ma lui lo… amava quel bicchiere, non lo beveva soltanto! Sai quelle scene che vedi in TV con l’esperto che smuove il bicchiere, lo annusa, ci sente dentro gli odori perfino del mughetto di bosco appena bagnato di rugiada di aprile, poi lo assaggia e scopre l’esplosione dei sapori più improbabili per un povero profano che al limite capisce soltanto quattro livelli di sapori: buono, buonino, così così e cattivo…. Ecco, avevo l’Esperto al tavolo… e ti dirò, era perfino affascinante tutto ciò, sai? Vabbè, la faccio breve: dopo due ore avevamo concluso non solo il pranzo e devo dire che mi sentivo pienamente soddisfatta da entrambe le “conclusioni”… poi lui mi guarda con uno sguardo tra il languido e il sornione ed esclama, seeeerioooooo: “Sai, non credevo di poter godere nella vita addirittura quanto, se non di più, si possa godere degustando un perfetto baccalà alla vicentina”… io scoppio a ridere, che cazzo vuoi fare in una situazione simile se non ridere a crepapelle?… Lui mi guarda, un po’ meno languido, un po’ più sornione ma anche un tantino perplesso: “Non scherzo mica, se to (sai tu)? Sei riuscita, stanotte, in quella che ritenevo un’impresa impossibile…”…. Lo guardo tentando di tornare seria, ma forse non ci sono riuscita del tutto, perché quando gli dico: “E scommetto che sono la prima alla quale lo dici, non è così?”, lui mi risponde: “…beh, onestamente no… ma fa sempre il suo bell’effetto, no?” e si mette di nuovo a ridere… attimo di sollievo, sai? Mi sono detta: “Su, dai, visto che stava scherzando?”, ma lui si affretta subito ad aggiungere, tornando serio serio: “Ok, non sei la prima che mi fa quest’effetto, però è verissimo che sei stata capace di tanto, davvero”…. Per fortuna s’è addormentato dopo pochi minuti nei quali mi sono abbondantemente pentita di non aver saputo attendere per meglio valutarlo. Poi, l’indomani, quando l’ho salutato per l’ultima volta, mi ero già pentita d’essermi pentita la notte prima: quando ancora non sapevo che era un’idiota me lo sono goduto anch’io… e senza alcun paragone con alcun piatto, sai?